E’ una delle ultime scene del film. La protagonista, Miral, lascia Gerusalemme in taxi, diretta verso l’Europa e il futuro. La macchina da presa si sofferma sul volto – di profilo – e sui capelli – neri – mossi dall’aria che entra dal finestrino. In quel momento il confine tra verità e finzione si annulla: la donna inquadrata è Rula Jebreal, autrice del libro da cui è tratto il film e compagna del regista, Julian Schnabel. Miral racconta la sua storia: quella di una ragazzina undicenne che in seguito al suicidio della madre entra nell’orfanatrofio di Hind Husseini, un’organizzazione privata nata nel 1948 a Gerusalemme dalla volontà di questa donna che da sola decide di raccogliere 55 orfani provenienti dai villaggi vicini alla città e educandarli al rispetto e alla civiltà, mentre intorno esplode e si fa sempre più violento il conflitto arabo-israeliano. Qui, Miral cresce in una specie di oasi protetta, lontana dalla guerra fino a quando, a 17 anni, accetta un lavoro come insegnante in un campo profughi. L’impatto con l’Intifada ha su Miral l’effetto che farebbe su ogni adolescente: eccitazione e voglia di prendervi parte, aggravato dal fatto di innamorarsi di un attivista politico che la metterà in guai piuttosto seri. Come va a finire lo sappiamo: Miral/Rula si trasferisce in Italia e diventa giornalista, scrive un libro, conosce un artista di fama mondiale, si innamorano, insieme girano un film. Più che un’opera cinematografica un intreccio di vita vera e finzione, di realtà e fantasia, acutizzato dalla straordinaria somiglianza tra Rula e l’attrice che la interpreta, l’indiana Freida Pinto, la ragazzina amata dal protagonista di The millionaire e diventata, dopo quel successo, una dei volti più interessanti e richiesti di Hollywood, nuova musa di Woody Allen (a dicembre la vedremo in Incontrerai uno sconosciuto alto e bruno), testimonial de L’Oreal. Al telefono da Montreal, dove sta girando un nuovo film, Freida conferma il totale coinvolgimento che recitare il ruolo di Miral le ha richiesto e a cui si è sottoposta più che volentieri. “La storia è così bella e importante che ho sentito il dovere di rendergli piena giustizia e l’unico modo di farlo era di andare in quei luoghi. Puoi leggere tanti libri e guardare un’infinità di film o documentari, ma niente è utile come andare fisicamente lì, in quei posti”.  E’ per questo che, racconta, un mese e mezzo prima dell’inizio delle riprese ha deciso di andare da sola a Gerusalemme e di vivere per una settimana con una famiglia di lì. “Ho visitato due campi profughi, ho parlato con la gente che vive quella situazione. E poi c’era Rula: qualsiasi dubbio avessi lei era lì, pronta e rispondere”. Le due donne, come era prevedibile, sono diventate amiche. “Non solo è una donna bellissima, ma è anche una delle più intelligenti di questo secolo”.

Su che basi è nata l’amicizia tra lei e Rula Jebreal?

“Ammiro e rispetto il coraggio che ha avuto nel raccontare tutto ciò di cui è stata testimone da ragazzina. Il modo in cui si è inserita in un paese straniero, l’Italia, costruendo lì da voi il suo successo professionale credo possa servire da lezione a molte donne. A me, sicuramente, è servito”.

Sul set parlavate solo d politica o anche di cose più  frivole?

“Parlavamo e parliamo di tutto: anche di scarpe e vestiti, certo. E di uomini. E’ come se avessi trovato una sorella maggiore”.

E lavorare con un regista poco convenzionale Julian Schnabel come è stato?

“Julian è stata la persona giusta al posto giusto: questo film aveva bisogno di un regista come lui, di qualcuno che lasciasse agli attori e alla storia lo spazio per esprimersi e parlare. E’ stata un’esperienza soddisfacente che mi ha insegnato tanto: Julian non è il tipo di regista che vuole introdurre artificialità alle scene, per cui tutto alla fine risulta molto organico e naturale. Il suo senso del colore e per le immagini è straordinario: è pur sempre un artista. Ma la cosa più incredibile è stata la fiducia che ha avuto in me: questo è il mio secondo film eppure Julian è stato aperto ad ogni suggerimento io avessi riguardo alle scene da girare. Non ha mai detto: “No, questa scena devi farla così”. Ha sempre detto: “Proviamo e vediamo come viene”. Per un attore è un segno di fiducia incredibile”.

Che opinione aveva della situazione a Gerusalemme e del conflitto arabo-israeliano prima di iniziare a girare il film?

“Nessuna. Cerco sempre di non avere preconcetti o pregiudizi su un luogo.  E’ l’unico modo per immergersi veramente nella cultura di un paese e per ricavarne il massimo in termini di esperienza umana e professionale. Se si viaggia con la paura addosso non si impara niente perché si è costantemente preoccupati di quello che può succedere. Quando viaggio cerco sempre di viaggiare così, senza paure né preconcetti.  Nel 2006 sono andata in Afganistan e ho potuto constatare che spesso quello che vedi in televisione non corrisponde alla realtà. Solo quando vedi con i tuoi occhi ti rendi conto di quello che succede veramente e sono questi tipi di esperienze che ti cambiano la vita per sempre”.

Mi sembra di capire che lei sia una viaggiatrice. Ha considerato il fatto che più diventerà famosa meno occasioni avrà di muoversi liberamente senza essere riconosciuta?

“Se una non vuole farsi riconoscere stia tranquilla che non succede. Ci sono trucchi per non farsi riconoscere. Anzi, può essere divertente, come un gioco. Questo lavoro è meraviglioso, ti dà così tanto in termini di libertà che dover studiare un modo per mascherarmi è un male minore e un prezzo che sono disposta a pagare volentieri”.

I paparazzi la tormentano solo a Hollywood o anche in India?

“Ultimamente anche in India. Ormai sono ovunque.  Ma mi faccia chiarire: non credo che il prezzo da pagare in termini di violazione della libertà sia così alto. Come ho detto prima è anche questione di attitudine personale: se una va in giro per la strada convinta di essere riconosciuta, allora lo sarà. E’ questione di come una cammina, si muove, sta nel mondo. Capitava a me ancora prima di diventare famosa: la gente mi nota perché sono indiana, ma spesso questo dipendeva dal grado di sicurezza in cui io mi aggiravo per le strade. Più sicura e determinata ero a non farmi notare, meno venivo notata”.

I red carpet e gli aspetti glamour del lavoro invece le piacciono?

“Non ricordo più quale attrice ha detto: “Non vengo pagata per recitare in un film, vengo pagata per promuoverlo”. Be’ un po’ è vero. Quando hai finito di girare pensi che il tuo lavoro sia finito e invece no, incominciano infiniti giri di red carpet. Può anche essere divertente, lo sé, non mi lamento, ma se devo essere sincera faccio più fatica a scegliere cosa indossare per una premiere che alzarmi presto al mattino e andare sul set. Recitare è il mio lavoro e so come farlo. Scegliere un vestito no, e ho sempre paura di sbagliare”.

Che tipo di copioni le arrivano da leggere?

“Purtroppo ricevo ancora copioni che cercano “una bella ragazza indiana” invece che “una bella ragazza”, però devo dire che la situazione migliora di giorno in giorno e sono convinta che queste tipizzazioni e differenze in base alla razza finiranno prima o poi. Il mondo sta diventando un luogo sempre più piccolo e il cinema deve per forza tenerne conto”.

Parlando di differenze: lei è fidanzata con Dev Patel, suo collega e protagonista di The millionaire. Potrebbe mai fidanzarsi con un uomo che non proviene dalla sua cultura?

“Assolutamente sì. Quelle di cui lei parla sono differenze create dagli uomini, in natura non esistono. Sposare qualcuno all’interno della tua cultura è una sciocchezza, un concetto vecchio e passato”.

Però intanto è fidanzata con un ragazzo indiano.

“Dev è indiano di origine, ma è nato e cresciuto in Inghilterra. E’ importante? Non credo. Quello che ci lega è altro. Ad esempio il fatto che abbia viaggiato e che sia la persona più aperta mentalmente che io abbia mai conosciuto. Non mi ci vedo proprio a uscire con un ragazzo che ami conoscere cose nuove o viaggiare. Che tipo di conversazione potremmo mai avere?”.

Il fatto che anche lui sia un attore aiuta?

“Aiuta che si è sullo stesso livello, che ci si confronti alla pari. Le relazioni non sono mai facili, ma il bello è quando puoi goderne ogni aspetto, anche quelli non esaltanti. Mia madre dice sempre: “Se ti senti debole, goditi un po’ la debolezza”. Se sei in una relazione alla pari, questo lo puoi fare”.

(Grazia, 01/09/2010)

 

IO: “Vi manco? Quanto vi manco?”

AF 1: “Uh tantissimo, guarda”

IO: “Sei veramente stronzo. Io qui a soffrire”

AF1 : “Ma dico sul serio. Senza di te non è lo stesso”

AF 2: “E’ vero. Ci manca il tuo gay radar”

AF1: “Infatti. Siamo confusi. Con te era tutto più facile”

IO: “Perché io ho il gay radar? Neanche lo sapevo”

AF2: “Come no, scusa. In dieci giorni di vacanza quelli che hai visto e per i quali hai esclamato “uh che figo” alla fine erano tutti gay”.

 

Ha tante qualità, ma Sofia Coppola non è certamente una chiacchierona. Più precisamente: tra la categoria delle belve di Hollywood, le professioniste da intervista, quelle che sanno benissimo che parte del loro lavoro è sfamare i giornalisti con dichiarazioni un po’ ad effetto e la categoria di quelle che si esprimono meglio lavorando piuttosto che parlando del proprio lavoro, ecco, Sofia Coppola ricade senza dubbio nella seconda. Si può chiamarlo pudore o, semplicemente, timidezza. O forse, anche, privilegio. Quello che le viene dall’essere figlia di un mostro sacro di Hollywood e di non aver mai avuto bisogno di cercare l’attenzione della stampa: ce l’ha naturalmente da quando è nata, con tutto quello che consegue ovvero lo status di icona di stile, le coccole degli stilisti, Marc Jacobs  che le dedica una borsa, lei e papà Francis che fanno i testimonial per Louis Vuitton. Vestitino a fiori, voce esile, modi gentili e un sorriso che lascia intravedere le gengive: potrei avere davanti una giovane studentessa americana in gita a Roma. Quella che ho di fronte è invece una donna che ha partorito la seconda figlia da appena tre settimane (la prima ha tre anni e si chiama Romy: il padre di entrambe è il cantante dei Phoenix, Thomas Mars) e che tra un mese sarà al Festival di Venezia a presentare, in concorso, il suo quarto film, Somewhere. Un film piccolo e intimo perché, spiega lei, “dopo lo sfarzo produttivo e visivo di Marie Antoinette, la troupe gigantesca e i costumi, ho capito che le grandi produzioni non fanno per me”. Ambientato allo Chateau Marmont, il celebre albergo losangelino dove risiedono le star, Somewhere racconta – così come lo raccontava Lost in translation – più che una storia uno stato d’animo: solitudine mista a noia mista ad alienazione (“E’ un’esperienza comune a tutte le persone che stanno attraversando dei cambiamenti: quando sei in bilico allora ti senti così, disconnesso dal resto del mondo”, dice). Là lo provava la neo mogliettina Scarlett Johansson, qui lo prova un attore di successo, tale Johnny Marco (interpretato da Stephen Dorff), uno che passa le giornate ciondolando tra la piscina, il bar, l’incontro con una donna di passaggio e un giretto in Ferrari.  Fino a quando nella sua vita arriva Cleo, la figlia tredicenne con la quale Johnny instaura un rapporto fatto di gioco, tenerezza e complicità e grazie al quale riesce a ridare un po’ di senso a una vita che stava tendendo pericolosamente all’apatia e dalla depressione.

Nel rapporto tra Johnny Marco e Cleo c’è qualcosa che ricorda quello tra lei e suo padre?

“Be’ mio padre è certamente molto diverso dal protagonista, però sì, nel film ci sono delle scene che sono ispirate ad alcuni ricordi che ho con lui. Ad esempio, quando Johnny e Cleo vanno a Las Vegas, ecco, quello è successo veramente. Ricordo che mio padre mi ci portò da bambina e mi insegnò a giocare ai dadi. Anche la scena di quando sono in albergo e, in piena notte, ordinano il gelato in camera. Be’ anche quella è successa veramente: ero malata, mia madre era via per lavoro e mio padre mi fece trovare la tavola ricoperta di ogni gusto possibile di gelato”.

Alberghi, set, viaggi: lei non ha avuto un’infanzia proprio normale. Che ricordi ha?

“Per me è stata un’infanzia assolutamente ordinaria. Nonostante i viaggi, io e i miei fratelli abbiamo sempre frequentato scuole normali. Non eravamo i tipici figli delle star Hollywoodiane, se è questo che intende”.

Per avere tredici anni Cloe è una bambina molto matura. E’ perché, secondo la sua esperienza, a stare con gli adulti si cresce più in fetta?

“Il personaggio di Cleo è ispirata alla figlia di una coppia di amici, entrambi attori. Loro sono un po’ strambi come persone, ma la loro figlia è una ragazzina molto seria, molto matura, molto responsabile. Forse per reazione, chissà: più i genitori sono messi male, più i figli maturano velocemente”.

Rimane il fatto che Cleo non sembra avere nessuno dei difetti delle adolescenti di oggi: non è maliziosa, non veste in modo eccessivamente provocante rispetto alla sua età…

“Volevo che Cleo rappresentasse qualcosa di puro e genuino. Non volevo che diventasse lo stereotipico della tipica adolescente: credo ci siano adolescenti molto diversi tra loro. Le ragazzine con le minigonne sono rappresentative di un certo tipo di tredicenni, ma non di tutti”.

Suo padre la portava sempre sul set. Lei con le sue figlie fa o pensa di fare lo stesso?

“Per ora sì, tanto sono piccole. Più avanti vedremo. Però mio padre aveva ragione: è divertente avere dei bambini intorno, anche quando si è sul set”.

Che tipo di madre è: più del genere preoccupata e ansiosa o più ottimista e fatalista?

“Cerco di essere ottimista. Non mi piace focalizzarmi sugli aspetti negativi. Anzi, cerco proprio di non pensarci”.

La delicatezza con cui descrive i sentimenti nei suoi film immagino corrisponda alla sua natura. Ma lei ogni tanto si arrabbia? Le capita mai di dover alzare la voce?

“No, non è il mio stile. Non esprimo me stessa in questo modo. Anzi, più intorno a me c’è gente che strilla e urla, più io mi faccio silenziosa e quieta”.

Non deve essere facile in un mondo in cui per sembra che l’unico modo per ottenere le cose sia imporsi. Le capita mai di pensare di essere nata nell’epoca sbagliata?

“In realtà mi sento molto in sintonia col mio tempo. Poi, certo, se parliamo del mio lavoro il culto della celebrità e della fama a tutti i costi che sembra essere esploso negli ultimi dieci anni non è una cosa che mi appartiene”.

Che cosa non le piace della vita dorata di Hollywood?

“È divertente, ma non è la vita vera. Soprattutto, non è il tipo di vita che mi interessa fare tutti i giorni, un ambiente in cui voglio vivere 24 ore su 24”.

I suoi film non molto romantici, pur non essendolo mai apertamente o, almeno, non in senso classico. Che cos’è per lei il romanticismo?

“Un’attitudine, un modo di guardare alla vita.  Ed è vero che c’è in tutti i miei film, soprattutto in questo: mi piace che nel finale ci sia un senso positivo di speranza”.

Qual è il suo ricordo d’infanzia più bello?

“Un’estate mio padre organizzò una specie di campus artistico coinvolgendo tutta la famiglia: ognuno doveva lavorare a un progetto, a un piccolo film. Fu molto divertente. Non lo ripetemmo più, ma ancora adesso se ci penso lo ricordo come un’esperienza fantastica”.

Sì, suo padre ne parla spesso nelle interviste: dice che già allora si capiva che, a dispetto della dolcezza, lei aveva la stoffa per comandare gli altri.

“Veramente? A me non l’ha mai detto. Sa però una cosa buffa? Io e mio padre abbiamo lo stesso avvocato e una volta, parlando di questioni di soldi, lui mi disse: “Tra i due sei tu la più forte”. Comunque io ho preso molto da mio padre: se davvero sono così forte lo devo sicuramente a lui”.

Qual è il regalo più bello che le ha fatto suo padre?

“Ha dato il mio nome a uno dei suoi vini. Se lei sapesse quanto ci tiene ai suoi vitigni capirebbe che è il gesto più grande che potesse fare”.

(Grazia, 17/08/2010)

 

Cesare Cremonini non è una persona facile da intervistare. Non è che non parli, anzi. Parla molto, ma lo fa stando attentissimo a quello che dice, con la sensazione di voler dire e non dire, di volersi raccontare ma mai troppo, di pesare la parole in modo da non concedere nulla di più del dovuto.  Se siamo qui, seduti ai tavoli di un bar all’aperto di Bologna, poco distanti da casa sua, è però per un ottimo motivo. Mondo si è insinuato piano nelle radio e nelle orecchie di tutti riuscendo a diventare, in questi mesi, la canzone ufficiale dell’estate 2010, quella che, se ci fosse ancora quella meravigliosa istituzione stagionale che era il Festivalbar, lo vincerebbe di sicuro. “Me ne accorgo, sì”, risponde lui sorseggiando caffè shakerato. “Dall’edicolante al ragazzino: è una canzone che è cresciuta ed è entrata nell’immaginario di tutti. La cosa incredibile è che non è assolutamente un brano pensato per l’estate, anzi: si parla di nebbia, figurati”.  Il disco che contiene Mondo si intitola 1999-2010 The greatest hits: uscito un mese fa raccoglie la carriera di Cremonini da quando ventenne cantava 50 Special con i Lunapop fino al duetto con Malika Ayane, sua compagna. Nel mezzo, non a caso, c’è che Cremonini ha compiuto 30 anni “anche se me ne sento ancora 18”, dice. Poi, però, raccontando questi dieci anni di carriera e di vita vissuti più o meno pubblicamente,  parla come un cinquantenne: “Solo quello che è profondo e importante ti lascia qualcosa. Alcuni sono felici di vivere l’attimo fugace: a me non piace. Di tutte le avventure divertimenti e leggere che ho avuto in questi anni mi è rimasto pochissimo”.  E non si riferisce solo ad avventure con le donne. “Scrivo canzoni per un’esigenza personale, per sciogliere un nodo che è dentro di me. E’ come fare una seduta dall’analista: alla fine capisci delle cose su te stesso. A 25 anni scrivevo canzoni in cui riflettevo sulla morte. La gente rimaneva stupita. Ma perché? A 25 anni non si può riflettere su cose come la morte?”.

“Mondo” alla fine è una canzone pessimista o ottimista?

“Ottimista ma non in modo demagogico. Mi assomiglia prepotentemente e io non sono capace di tenere rancore con il destino, anzi. Ho sempre cercato di concepire l’errore, lo sbaglio o il dolore come cose che ti aiutano, che ti fanno migliorare. Sono molto critico con me stesso: quelli che mi criticano non sanno che a farlo ci ho già pensato io da solo e in modo probabilmente più spietato di chiunque altro”.

La tua carriera è però una sequenza di successi. Te lo dici mai: “sono stato bravo”?

“No. Mi sento sempre in difetto. Sono stato educato in modo forte e severo: sono perfezionista, stacanovista. Tutti abbiamo degli schemi: i miei mi hanno portato a non accontentarmi mai. E poi non so bene cosa voglia dire il successo. E’ un participio passato: vuol dire che è già finito.Il successo lo puoi solo inseguire, non esiste”.

Per i 30 anni come hai festeggiato?

“Una cena a Bologna con tutte le persone che hanno significato qualcosa per me in questi anni. In tutto eravamo in 40. Ho capito che non sono una persona sola, anche se ogni tanto mi ci sento”.

A parte scrivere canzoni nel tempo libero cosa fai?

“Guardo National Geografic. Gli animali offrono esempi di vita preziosi: il mondo animale è fatto di perfezione, ma anche crudeltà. E poi mi piace il lieto fine”

Di solito sono le donne a volere il lieto fine. Hai un lato femminile molto pronunciato?

“Sì, ma non saprei dirti in che modo, anche perché se c’è una cosa che invece è proprio cambiata in questi ultimi anni è il mio sentirmi molto più uomo. E’ molto bello ed è una cosa importante, soprattutto nel rapporto con una donna. Più sei uomo più sei in grado di far sentire donna una donna. Non so se mi spiego: non sto parlando di chi stira o di chi cucina. Non è quello. È una questione di espressione di sé”.

Sì, stai parlando della capacità di un uomo di prendersi cura della propria donna, indipendentemente da chi in casa butta la spazzatura.

“Be’ no, dai, quello è compito dell’uomo. Mi scoccia vedere la mia ragazza con il sacchetto dell’immondizia in mano”.

Ti infastidisce la curiosità della gente per la tua storia con Malika Ayane?

“Non vedo così tanta curiosità, anzi. Dalla gente sento rispetto per una storia che evidentemente viene percepita come meritevole di rispetto. E poi la mia vita è riservata, non offro occasioni di funambolismo. Anche il fatto di cantare insieme (nel brano Hello, ndr) è una cosa che è stata trattata in modo discreto. Evidentemente la gente capisce che c’è un legame artistico, e rispetta anche quello”.

È importante poter condividere con una donna anche l’aspetto artistico della tua vita?

“Il mio lavoro è alienante. Ti pone su un piedistallo e ciò può essere bellissimo, ma anche caricarti di responsabilità. Avere una persona vicino che lo capisce diventa importante”.

Vuoi dire che il fatto che lei faccia parte del tuo mondo è alla base del vostro rapporto?

“Malika potrebbe parlare di musica tutto il giorno, tanta è la sua conoscenza.  La prima volta che ci siamo visti mi ha chiesto di scrivere una canzone per lei: ovvio che la musica è una cosa che ci unisce. Se però ti dicessi che il centro del nostro rapporto è quello vorrebbe dire che senza la musica cadrebbe anche tutto il resto. Non è così.  Io e Malika siamo due ragazzi che si sono incontrati. Quello che c’è tra di noi è molto riservato, molto nostro, e non mi piace parlarne. E’ una cosa normale, naturale. Non c’è bisogno di dire altro”.

(Grazia, 10/08/2010)

 

Perché nel 2010 il verso “it’s meeting the man of my dreams and then meeting his beautiful wife” andrebbe aggiornato con “it’s meeting the man of my dreams and then meeting his beautiful boyfriend”. La metrica non torna, ma almeno è molto più attuale.

 

aiutino: una è una famosa cantante, l’altra una sconosciuta giornalista.

 

Il direttore di Rolling Stone ha scritto, sul sito del giornale, un editoriale a difesa delle parole di Nichi Vendola, quelle secondo le quali Carlo Giuliani è un eroe e come tale deve essere accostato a Falcone e Borsellino. Ora, il paragone è talmente idiota che l’unica ragione possibile per aver difeso una posizione del genere è, mi sono detta, la voglia di cavalcare ad ogni costo l’onda di perenne indignazione che ancora è legata agli orribili fatti di Genova e che su una rivista come RS trova facile appiglio. L’equivalente del mettere in copertina il Che o Keith Richards: giochi sul sicuro. Peccato però che Nichi Vendola abbia, proprio ieri, smentito di aver mai fatto tale paragone. Peccato per il direttore di RS che nella furia di cavalcare la polemica del giorno è finito a gambe all’aria. Ma bene per tutti noi che in Vendola forse un po’ ci crediamo.

 

Birkin, then a nascent actress, had never heard of him when they were introduced on the set of the film Slogan in 1969. ‘I think I even called him Serge Bourguignon, which got him really cross,’ she recalls. (il resto dell’articolo qui)

 

It’s 40° C on the terrace of the Bayerische Hof Hotel in Munich. And I’m not exaggerating. It’s so hot the hostess keeps bringing wet towels to prevent us, poor, swollen feeted journalists from all over Europe, from passing out out. Our pain is rewarded, though: we get to meet the hunky Josh Holloway, Sawyer from Lost, the most charming scoundrel on television (it’s a tie with doctor Gregory House, I must say). With long hair and two days’ stubble required for his castaway role, wearing jeans and an unbuttoned white shirt, Holloway sits under a parasol, fresh and relaxed, waiting for each woman in line to sit in front of him. It looks like a celebrity version of the “speed dating”: 15 minutes with the actor – who stars in the new Davidoff Cool Water commercial – for each one of us. That’s how it works these days, so it’s better not to waste any time and get straight to the point.

How do you feel playing the role of a jerk?
«Ah, I like your frankness. That’s true, during the whole first season Sawyer was really behaving like a jerk, but he has improved and this is a good thing, because he risked becoming a one-dimensional character. I’m pleased with where they’re taking him, but I don’t want him to get too good. The uncaring side of his personality is part of his charm, right? The credit for the growth of the character goes to the writers by the way: they study us, know us, and according to each actor’s characteristics, they change and improve the script.»

Do you think there is some Sawyer in you?
«There is a bit of Sawyer in all of us, if we’d only let it come out.»

Excuse me, but what part are we talking about here?
«The part that doesn’t care about what other people think. The part which isn’t politically correct, which says what’s on our minds and faces the consequences of our actions. The character is loved precisely because of that: we aren’t allowed to say and do what we want in our society. Sawyer is certainly not the kind of person society wants us to be. I assure you, going to work every day and having a chance to act like a totally free person is wonderful.»

Can you tell us what’s in store for Sawyer or, at least, what you hope for for your character?
«I hope he’ll keep growing, fluctuating between a bastard and a generous person. At the end, only at the very end, I would like to see him die. I don’t think I want him to survive and leave the island.»

And how should he die?
«Doing something really unexpected, something that would redeem him once and for all from all his bad actions. For instance, he could save a frog.»

I’m sorry?
«Yeah, rescue a frog and then die. A ridiculous and weird act that would redeem him though. Let’s hope so.»

Don’t you want to see him in love with Kate [the Lost character played by Evangeline Lilly], maybe have a relationship?
«Well, he’s already a bit in love, although I can’t picture Sawyer in a stable relationship, I don’t think he will be able to make it work.»

Is it true that you had many other jobs before you became an actor?
«Sixteen or seventeen since I moved from Georgia to California. I used to get bored very easily and that’s why I changed so many jobs. Thankfully, I don’t have the same problem anymore».

You also worked as a real estate agent, right?
«I had received my license as a real estate agent three days before I signed on Lost. I never got to practice it, but studying was fun. I had been away from school for so long that it felt very nice when I proved to myself that I could still pass an exam».

Did you dream of becoming famous when you were a kid?
«No, absolutely not».

That’s what every actor says…
«Is that so? Well, you know what? You should try it. Being able to act is great but being famous is really tiresome».

I could use that statement as the title…
«The fact is that becoming famous forces you to make adjustments in your life. I’m an open, sociable person, but I’m also very private. I had to learn how to stay true to myself while being in the public eye and also not let my self-confidence depend on what other people might think about me. I’m handling these things much better now. I’ve been able to enjoy only the positive aspects of fame and not allow the negative ones affect me».

Your marriage also had to adapt to this new situation?
«Certainly. My wife and I have a very strong relationship. She’s very sure of herself and the fact that I’ve become famous brought us even closer together as a couple. Obviously, there are some tough moments…».

Like when you’re speed-dating 15 different women in one day?
«Ah, that’s a good one. No, she doesn’t care. On the contrary, days like this remind her why she’s still with me. When she saw me ruffled haired in the Davidoff Cool Water ad the other day she said she’d fallen in love with me all over again.»

I read that you’re very careful about spending your money. Is it because success hasn’t come easy for you or because, as they say, Sawyer could get killed off at any moment and you’d be jobless again?
«It’s both. I grew up in a beautiful place, on 33 acres of land, with eight dogs, in a house my father built with his own hands and thanks to his hard work. I was taught to value every single dollar. That’s another thing that ties me with my wife. She’s the one in charge of economy in our house, and she’s very good at it.»

What’s the most expensive thing you’ve ever bought?
«My fishing boat. Actually I wanted to buy a cheaper one but my wife told me: “If you must go out in the ocean, I want you to be as safe as possible”».

(trovato qui)