Cesare Cremonini non è una persona facile da intervistare. Non è che non parli, anzi. Parla molto, ma lo fa stando attentissimo a quello che dice, con la sensazione di voler dire e non dire, di volersi raccontare ma mai troppo, di pesare la parole in modo da non concedere nulla di più del dovuto.  Se siamo qui, seduti ai tavoli di un bar all’aperto di Bologna, poco distanti da casa sua, è però per un ottimo motivo. Mondo si è insinuato piano nelle radio e nelle orecchie di tutti riuscendo a diventare, in questi mesi, la canzone ufficiale dell’estate 2010, quella che, se ci fosse ancora quella meravigliosa istituzione stagionale che era il Festivalbar, lo vincerebbe di sicuro. “Me ne accorgo, sì”, risponde lui sorseggiando caffè shakerato. “Dall’edicolante al ragazzino: è una canzone che è cresciuta ed è entrata nell’immaginario di tutti. La cosa incredibile è che non è assolutamente un brano pensato per l’estate, anzi: si parla di nebbia, figurati”.  Il disco che contiene Mondo si intitola 1999-2010 The greatest hits: uscito un mese fa raccoglie la carriera di Cremonini da quando ventenne cantava 50 Special con i Lunapop fino al duetto con Malika Ayane, sua compagna. Nel mezzo, non a caso, c’è che Cremonini ha compiuto 30 anni “anche se me ne sento ancora 18”, dice. Poi, però, raccontando questi dieci anni di carriera e di vita vissuti più o meno pubblicamente,  parla come un cinquantenne: “Solo quello che è profondo e importante ti lascia qualcosa. Alcuni sono felici di vivere l’attimo fugace: a me non piace. Di tutte le avventure divertimenti e leggere che ho avuto in questi anni mi è rimasto pochissimo”.  E non si riferisce solo ad avventure con le donne. “Scrivo canzoni per un’esigenza personale, per sciogliere un nodo che è dentro di me. E’ come fare una seduta dall’analista: alla fine capisci delle cose su te stesso. A 25 anni scrivevo canzoni in cui riflettevo sulla morte. La gente rimaneva stupita. Ma perché? A 25 anni non si può riflettere su cose come la morte?”.

“Mondo” alla fine è una canzone pessimista o ottimista?

“Ottimista ma non in modo demagogico. Mi assomiglia prepotentemente e io non sono capace di tenere rancore con il destino, anzi. Ho sempre cercato di concepire l’errore, lo sbaglio o il dolore come cose che ti aiutano, che ti fanno migliorare. Sono molto critico con me stesso: quelli che mi criticano non sanno che a farlo ci ho già pensato io da solo e in modo probabilmente più spietato di chiunque altro”.

La tua carriera è però una sequenza di successi. Te lo dici mai: “sono stato bravo”?

“No. Mi sento sempre in difetto. Sono stato educato in modo forte e severo: sono perfezionista, stacanovista. Tutti abbiamo degli schemi: i miei mi hanno portato a non accontentarmi mai. E poi non so bene cosa voglia dire il successo. E’ un participio passato: vuol dire che è già finito.Il successo lo puoi solo inseguire, non esiste”.

Per i 30 anni come hai festeggiato?

“Una cena a Bologna con tutte le persone che hanno significato qualcosa per me in questi anni. In tutto eravamo in 40. Ho capito che non sono una persona sola, anche se ogni tanto mi ci sento”.

A parte scrivere canzoni nel tempo libero cosa fai?

“Guardo National Geografic. Gli animali offrono esempi di vita preziosi: il mondo animale è fatto di perfezione, ma anche crudeltà. E poi mi piace il lieto fine”

Di solito sono le donne a volere il lieto fine. Hai un lato femminile molto pronunciato?

“Sì, ma non saprei dirti in che modo, anche perché se c’è una cosa che invece è proprio cambiata in questi ultimi anni è il mio sentirmi molto più uomo. E’ molto bello ed è una cosa importante, soprattutto nel rapporto con una donna. Più sei uomo più sei in grado di far sentire donna una donna. Non so se mi spiego: non sto parlando di chi stira o di chi cucina. Non è quello. È una questione di espressione di sé”.

Sì, stai parlando della capacità di un uomo di prendersi cura della propria donna, indipendentemente da chi in casa butta la spazzatura.

“Be’ no, dai, quello è compito dell’uomo. Mi scoccia vedere la mia ragazza con il sacchetto dell’immondizia in mano”.

Ti infastidisce la curiosità della gente per la tua storia con Malika Ayane?

“Non vedo così tanta curiosità, anzi. Dalla gente sento rispetto per una storia che evidentemente viene percepita come meritevole di rispetto. E poi la mia vita è riservata, non offro occasioni di funambolismo. Anche il fatto di cantare insieme (nel brano Hello, ndr) è una cosa che è stata trattata in modo discreto. Evidentemente la gente capisce che c’è un legame artistico, e rispetta anche quello”.

È importante poter condividere con una donna anche l’aspetto artistico della tua vita?

“Il mio lavoro è alienante. Ti pone su un piedistallo e ciò può essere bellissimo, ma anche caricarti di responsabilità. Avere una persona vicino che lo capisce diventa importante”.

Vuoi dire che il fatto che lei faccia parte del tuo mondo è alla base del vostro rapporto?

“Malika potrebbe parlare di musica tutto il giorno, tanta è la sua conoscenza.  La prima volta che ci siamo visti mi ha chiesto di scrivere una canzone per lei: ovvio che la musica è una cosa che ci unisce. Se però ti dicessi che il centro del nostro rapporto è quello vorrebbe dire che senza la musica cadrebbe anche tutto il resto. Non è così.  Io e Malika siamo due ragazzi che si sono incontrati. Quello che c’è tra di noi è molto riservato, molto nostro, e non mi piace parlarne. E’ una cosa normale, naturale. Non c’è bisogno di dire altro”.

(Grazia, 10/08/2010)

 

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