Ha tante qualità, ma Sofia Coppola non è certamente una chiacchierona. Più precisamente: tra la categoria delle belve di Hollywood, le professioniste da intervista, quelle che sanno benissimo che parte del loro lavoro è sfamare i giornalisti con dichiarazioni un po’ ad effetto e la categoria di quelle che si esprimono meglio lavorando piuttosto che parlando del proprio lavoro, ecco, Sofia Coppola ricade senza dubbio nella seconda. Si può chiamarlo pudore o, semplicemente, timidezza. O forse, anche, privilegio. Quello che le viene dall’essere figlia di un mostro sacro di Hollywood e di non aver mai avuto bisogno di cercare l’attenzione della stampa: ce l’ha naturalmente da quando è nata, con tutto quello che consegue ovvero lo status di icona di stile, le coccole degli stilisti, Marc Jacobs che le dedica una borsa, lei e papà Francis che fanno i testimonial per Louis Vuitton. Vestitino a fiori, voce esile, modi gentili e un sorriso che lascia intravedere le gengive: potrei avere davanti una giovane studentessa americana in gita a Roma. Quella che ho di fronte è invece una donna che ha partorito la seconda figlia da appena tre settimane (la prima ha tre anni e si chiama Romy: il padre di entrambe è il cantante dei Phoenix, Thomas Mars) e che tra un mese sarà al Festival di Venezia a presentare, in concorso, il suo quarto film, Somewhere. Un film piccolo e intimo perché, spiega lei, “dopo lo sfarzo produttivo e visivo di Marie Antoinette, la troupe gigantesca e i costumi, ho capito che le grandi produzioni non fanno per me”. Ambientato allo Chateau Marmont, il celebre albergo losangelino dove risiedono le star, Somewhere racconta – così come lo raccontava Lost in translation – più che una storia uno stato d’animo: solitudine mista a noia mista ad alienazione (“E’ un’esperienza comune a tutte le persone che stanno attraversando dei cambiamenti: quando sei in bilico allora ti senti così, disconnesso dal resto del mondo”, dice). Là lo provava la neo mogliettina Scarlett Johansson, qui lo prova un attore di successo, tale Johnny Marco (interpretato da Stephen Dorff), uno che passa le giornate ciondolando tra la piscina, il bar, l’incontro con una donna di passaggio e un giretto in Ferrari. Fino a quando nella sua vita arriva Cleo, la figlia tredicenne con la quale Johnny instaura un rapporto fatto di gioco, tenerezza e complicità e grazie al quale riesce a ridare un po’ di senso a una vita che stava tendendo pericolosamente all’apatia e dalla depressione.
Nel rapporto tra Johnny Marco e Cleo c’è qualcosa che ricorda quello tra lei e suo padre?
“Be’ mio padre è certamente molto diverso dal protagonista, però sì, nel film ci sono delle scene che sono ispirate ad alcuni ricordi che ho con lui. Ad esempio, quando Johnny e Cleo vanno a Las Vegas, ecco, quello è successo veramente. Ricordo che mio padre mi ci portò da bambina e mi insegnò a giocare ai dadi. Anche la scena di quando sono in albergo e, in piena notte, ordinano il gelato in camera. Be’ anche quella è successa veramente: ero malata, mia madre era via per lavoro e mio padre mi fece trovare la tavola ricoperta di ogni gusto possibile di gelato”.
Alberghi, set, viaggi: lei non ha avuto un’infanzia proprio normale. Che ricordi ha?
“Per me è stata un’infanzia assolutamente ordinaria. Nonostante i viaggi, io e i miei fratelli abbiamo sempre frequentato scuole normali. Non eravamo i tipici figli delle star Hollywoodiane, se è questo che intende”.
Per avere tredici anni Cloe è una bambina molto matura. E’ perché, secondo la sua esperienza, a stare con gli adulti si cresce più in fetta?
“Il personaggio di Cleo è ispirata alla figlia di una coppia di amici, entrambi attori. Loro sono un po’ strambi come persone, ma la loro figlia è una ragazzina molto seria, molto matura, molto responsabile. Forse per reazione, chissà: più i genitori sono messi male, più i figli maturano velocemente”.
Rimane il fatto che Cleo non sembra avere nessuno dei difetti delle adolescenti di oggi: non è maliziosa, non veste in modo eccessivamente provocante rispetto alla sua età…
“Volevo che Cleo rappresentasse qualcosa di puro e genuino. Non volevo che diventasse lo stereotipico della tipica adolescente: credo ci siano adolescenti molto diversi tra loro. Le ragazzine con le minigonne sono rappresentative di un certo tipo di tredicenni, ma non di tutti”.
Suo padre la portava sempre sul set. Lei con le sue figlie fa o pensa di fare lo stesso?
“Per ora sì, tanto sono piccole. Più avanti vedremo. Però mio padre aveva ragione: è divertente avere dei bambini intorno, anche quando si è sul set”.
Che tipo di madre è: più del genere preoccupata e ansiosa o più ottimista e fatalista?
“Cerco di essere ottimista. Non mi piace focalizzarmi sugli aspetti negativi. Anzi, cerco proprio di non pensarci”.
La delicatezza con cui descrive i sentimenti nei suoi film immagino corrisponda alla sua natura. Ma lei ogni tanto si arrabbia? Le capita mai di dover alzare la voce?
“No, non è il mio stile. Non esprimo me stessa in questo modo. Anzi, più intorno a me c’è gente che strilla e urla, più io mi faccio silenziosa e quieta”.
Non deve essere facile in un mondo in cui per sembra che l’unico modo per ottenere le cose sia imporsi. Le capita mai di pensare di essere nata nell’epoca sbagliata?
“In realtà mi sento molto in sintonia col mio tempo. Poi, certo, se parliamo del mio lavoro il culto della celebrità e della fama a tutti i costi che sembra essere esploso negli ultimi dieci anni non è una cosa che mi appartiene”.
Che cosa non le piace della vita dorata di Hollywood?
“È divertente, ma non è la vita vera. Soprattutto, non è il tipo di vita che mi interessa fare tutti i giorni, un ambiente in cui voglio vivere 24 ore su 24”.
I suoi film non molto romantici, pur non essendolo mai apertamente o, almeno, non in senso classico. Che cos’è per lei il romanticismo?
“Un’attitudine, un modo di guardare alla vita. Ed è vero che c’è in tutti i miei film, soprattutto in questo: mi piace che nel finale ci sia un senso positivo di speranza”.
Qual è il suo ricordo d’infanzia più bello?
“Un’estate mio padre organizzò una specie di campus artistico coinvolgendo tutta la famiglia: ognuno doveva lavorare a un progetto, a un piccolo film. Fu molto divertente. Non lo ripetemmo più, ma ancora adesso se ci penso lo ricordo come un’esperienza fantastica”.
Sì, suo padre ne parla spesso nelle interviste: dice che già allora si capiva che, a dispetto della dolcezza, lei aveva la stoffa per comandare gli altri.
“Veramente? A me non l’ha mai detto. Sa però una cosa buffa? Io e mio padre abbiamo lo stesso avvocato e una volta, parlando di questioni di soldi, lui mi disse: “Tra i due sei tu la più forte”. Comunque io ho preso molto da mio padre: se davvero sono così forte lo devo sicuramente a lui”.
Qual è il regalo più bello che le ha fatto suo padre?
“Ha dato il mio nome a uno dei suoi vini. Se lei sapesse quanto ci tiene ai suoi vitigni capirebbe che è il gesto più grande che potesse fare”.
(Grazia, 17/08/2010)

Vive a Milano da dieci anni. Scrive di musica, cinema e costume. Usa la prima persona singolare. Porta (ancora) la 42. Tra Oasis e Blur ha sempre preferito i Blur.