«Certo che qualche vip tra il pubblico ci farebbe comodo. Potremmo chiedere a Paul». «Ottima idea. Mando subito una mail». Le due publicist – la mora e la bruna – sono sedute una di fronte all’altra e picchiettano sui tasti dei rispettivi computer con un’efficienza degna delle segretarie di Mad Men. Nel tavolo a fianco è seduta un’altra bionda. Sta smanettando sul Blackberry. È bionda di quella bionditudine tipicamente americana grazie alla quale è impossibile definire con precisione l’età anagrafica: potrebbe avere 40 anni portati male o 55 portati splendidamente. Senza alzare lo sguardo dice: «Il giornalista del Guardian vuole la lista dei suoi cinque duetti preferiti». E poi, rivolta a me: «Scusa, siamo leggermente in ritardo. Non ti dispiace aspettare, vero?». Non faccio in tempo a rispondere che no, figurarsi, è un onore, sono pur sempre qui per incontrare una leggenda e con tutto il tempo che ho buttato nell’attesa di due virgolettati in croce da parte di gente di cui dopo neanche un anno nessuno si ricordava più il nome si immagini se mi disturba aspettare cinque minuti uno che ha fatto la storia della musica, insomma non faccio in tempo a rispondere questo che la porta della stanza si apre. La bionda numero uno e la bruna accennano un applauso scherzoso. «Bravo, bravo. Dai, che hai quasi finito». Poi, rivolte a me: «Tredici interviste. E senza neanche la pausa per il pranzo». Poi, rivolte a lui: «Il meglio te lo abbiamo lasciato per ultimo: Simona è italiana». Stendo la mano destra, ma lui mi prende anche la sinistra e con tutte e due le mie mani dentro le sue le avvicina al viso in un gesto a metà tra un baciamano galante e un saluto tra protagonisti dei Sopranos. Poi dice “buongiorno!” con l’enfasi tipica che hanno gli italoamericani quando incontrano uno di noi. Facciamo per accomodarci nell’altra stanza quando la bionda numero due – da qui in avanti identificata come la moglie – gli si avvicina e lo bacia sulla guancia: «Honey, il giornalista del Guardian vuole sapere quali sono i tuoi cinque cantanti preferiti tra quelli con cui hai duettato». Lui si siede e inizia la lista: «Frank, Judy, Ella… ». Benvenuti nel mondo di Tony Bennett, un mondo dove non c’è neanche bisogno di usare i cognomi.

Tony Bennett li ha visti tutti, li ha conosciuti tutti, ha cantato con tutti. Solo che, a differenza di quegli altri tutti, ormai scomparsi, lui è ancora qua a raccontarlo, a 85 anni famoso e di successo quanto prima, se non di più. «Di me hanno scritto che ho rotto le barriere tra le diverse generazioni: è una delle cose che mi rende più orgoglioso», dice spingendo sulla modestia. La realtà è che le ha polverizzate: negli ultimi dieci anni ha suonato a Glastonbury, è diventato un personaggio dei Simpson, è apparso su MTV almeno quanto Madonna, ha cantato con chiunque, da kd lang a Queen Latifah, da Stevie Wonder a George Michael fino a Nora Jones, John Mayer, Mariah Carey. Nomi, questi ultimi, che compaiono nel secondo disco di duetti in uscita il 23 settembre (il primo, tre anni fa, vendette un milione e mezzo di copie solo negli Usa) e che contiene anche Body and soul, il brano cantato insieme ad Amy Winehouse, ad oggi l’ultima cosa incisa dalla cantante inglese prima della sua morte, il 23 luglio scorso. «È arrivata in studio accompagnata dal padre, stava bene, ma era molto nervosa», ricorda Bennett. «Allora le ho detto che la sua voce mi ricordava quella di Dinah Washington e si è subito rilassata». Poche ore prima che questa intervista abbia luogo arriva anche la notizia di un duetto con Lady Gaga, definita da lui come “la nuova Elvis Presley”. Bennett si dice felicissimo: non credeva che avrebbe accettato, impegnata com’è, ma quando lui gliel’ha chiesto lei ha risposto che per Tony avrebbe fatto qualunque cosa. Felice è una parola che ricorre spesso nei discorsi di Bennett, insieme alle lodi e agli apprezzamenti per colleghi di ogni tipo. Oltre a un uso costante del name dropping, l’altra sua caratteristica è il non parlare mai male di nessuno, neanche per sbaglio, neanche se provi a mettergli in bocca le parole. Neanche quando si parla di Sinatra. Correzione: soprattutto quando si parla di Sinatra. Tra i due ci sono dieci anni di differenza. Quando, nel 1950, Bennett incide il suo primo disco con la Columbia Records, Sinatra è già «il più grande di tutti. E anche la persona a cui devo di più: mi ha sempre sostenuto, ad ogni suo concerto diceva al pubblico che ero il suo preferito, fino a scrivere, nella sua autobiografia pubblicata su Life Magazine, che ero il cantante più bravo che ci fosse in circolazione. Quelle sue parole mi hanno cambiato la vita: da un giorno all’altro tutti quelli che compravano i suoi dischi e lo andavano a sentire dal vivo hanno cominciato a venire a sentire anche me e a comprare i miei dischi. Il giorno prima cantavo in sale mezze vuote, il giorno dopo ovunque andassi era sold out. Sinatra mi ha regalato il suo pubblico. Non me lo dimenticherò mai».

Nato a New York da una famiglia di napoletani che non lo faceva parlare italiano «perché all’epoca se riconoscevano che eri figlio di immigrati non ti facevano lavorare», Tony Bennett eredita l’amore per la musica dal padre («Metteva su i dischi di Caruso e io e mio fratello cantavamo: avesse sentito che voce aveva mio fratello!»). A tredici anni, dopo aver visto Bing Crosby, capisce di voler diventare un professionista. Nel frattempo continua a studiare arte e pittura, attività che pratica ancora adesso con un certo successo (i suoi quadri sono quotati intorno ai 50 mila dollari l’uno). Tanta gavetta, la guerra, il fronte in Germania, il ritorno negli Usa, i riconoscimenti nei teatri minori, il primo successo con Boulevard of broken dreams. Fino al trionfo planetario con I left my heart in San Francisco e alla consacrazione grazie alle parole di Sinatra. «Eravamo amici sì, ma non è che ci frequentassimo molto. Però tutte le volte che passava da New York mi chiamava e mi invitava a salire sul palco con lui ». A differenza di Dean Martin («persona meravigliosa, un caro amico») o, ad esempio, Judy Garland («le ho voluto molto bene»), Bennett non ha mai fatto parte del rat pack. Gli chiedo se ne abbia sofferto, se si sia mai sentito escluso, se lo abbia mai colto il sospetto che Sinatra si potesse permettere di essere così complimentoso con lui perché, in fondo, non lo percepiva come un pericolo, come uno al suo stesso livello. «Ma Frank era il numero uno. Io non ho mai avuto quell’ambizione. Volevo essere tra i più bravi, non il più bravo, perché quando arrivi in cima, be’ a quel punto c’è sempre qualcuno pronto a farti cadere. Pensi alla fine che hanno fatto Marilyn e Elvis. Diventare una star non è mai stata roba per me. Sa cosa mi disse il mio caro amico Cary Grant? “Non hai idea di quanto sia noioso fare film. Lascia stare, il tuo lavoro è molto più divertente”». Insisto: forse avevate stili di vita diversi. Voglio dire: loro erano i cattivi ragazzi, alcool donne, droga.  Lei? «Ho avuto il mio periodo, ma quando ho capito che la droga mi avrebbe rovinato la carriera ho smesso, da un giorno all’altro. È quello che avrei voluto far capire a Amy (Winehouse,ndr). E poi io ho sempre dipinto e per dipingere c’è bisogno di solitudine. Sa come si dice? La vita è corta, ma l’arte è lunga». Poi si affretta a ribadire quanto fossero tutti brave persone, quelli del rat pack e all’obiezione sul fatto che Sinatra fosse universalmente riconosciuto come uno stronzo, allarga le braccia come a dire «lo so, ma io questa cosa non la dirò mai». È così diplomatico che potrebbe buttarsi in politica. «Me l’hanno chiesto più volte, e se mi candidassi a sindaco di San Francisco vincerei facilmente. Il giornalista tedesco che mi ha intervistato prima di lei ha detto che in Germania c’è un artista di 107 anni che ancora si esibisce: ecco, io voglio diventare come lui, la politica la lascio ad altri». Si ritorna a Sinatra e al miglior consiglio che gli abbia mai dato. «Per conquistare il pubblico devi trattarlo come un amico, non un nemico. Solo così riuscirai a sedurlo». Pensandoci funziona così anche in politica. «Ho conosciuto tutti i presidenti, tutti. Mi piacevano molto Clinton e la moglie, Hillary. Certo, lui si è fatto prendere un po’ dalla vita da rockstar, ma so per certo che se ne è pentito, e molto. Vede, il problema dei politici è che non possono mentire: se lo fanno la gente se ne accorge subito». Gli chiedo cosa sa di Berlusconi e dei suoi scandali. Soprattutto, lo sa che Berlusconi ha un passato da crooner sulle navi da crociera? Ride. «Sì, sì, lo so. Be’ se continua così, mi sa che dovrà tornare a cantare sulle navi».  La publicist bruna entra nella stanza. Tempo finito. Ci sono da definire dei dettagli riguardo al concerto che Bennett terrà al Palladium di Londra il 3 di ottobre, 35 anni dopo l’ultima volta. «È stato Cary (Grant, ovviamente, ndr) a insistere perché cantassi qui. “Devi fare il Palladium, devi fare il Palladium”, mi diceva».  I dettagli da definire riguardano la lista degli ospiti vip. Realizzo solo ora che il Paul di cui la bionda e la mora parlavano all’inizio è McCartney. Scema io a non averlo capito. Bennett mi stringe la mano, si alza dalla sedia e dice: «Sa, ci sarà anche La Regina». Tiro un sospiro di sollievo. L’ha chiamata “The Queen” e non, semplicemente, Elisabetta.

(GQ, ottobre 2011)

 

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