Se un illustratore volesse raffigurare Peter Gabriel come un fumetto, dovrebbe partire dalla barba. È la cosa che più lo caratterizza. Anche gli occhi, certo, e quelle sopracciglia che sembrano disegnate a matita, ma il pizzetto bianco di più. È anche la prima cosa su cui ti cade l’occhio quando lo incontri, nel mio caso un pomeriggio di fine estate, a Londra, negli uffici della Emi, un gran bell’edificio colorato, con l’ascensore interno trasparente che porta i dipendenti su e giù come nei film, mente video dei Beatles vanno in loop su ogni schermo possibile. All’ultimo piano, nella sala riunioni, lui è lì: un omone di 61 anni seduto davanti a un piatto di frutta. La sera prima avevo visto questo stesso omone sul grande schermo, addirittura in 3D, in un cinema di Leicester Square. Il film si intitola Peter Gabriel: New Blood Live in London ed è la registrazione del concerto tenuto a marzo all’Hammersmith Apollo in cui mette in scena (dire canta è riduttivo) sia brani da Scratch my back – album di cover uscito nel 2009 – sia le vecchie canzoni riarrangiate per essere accompagnate da un’orchestra di 46 elementi che compongono New Blood, il suo ultimo lavoro. Mentre sullo schermo passavano brani come Solsbury Hill – il primo singolo composto dopo aver lasciato i Genesis, nel 1977 – o Intruder e Rhythm of the heat, mi ero guardata intorno per capire l’età media del pubblico in sala: piuttosto alta. Quando glielo dico, la mattina dopo, Gabriel si mette a ridere. Poi mi spiega che cosa ha significato tornare a cantare canzoni a più di 30 anni di distanza da quando erano state originariamente scritte: “ è stato come aprire una specie di scrigno delle meraviglie”. Ecco, New Blood come un forziere rimasto chiuso per tanto tempo. Bella immagine. Soprattutto, un’immagine che evoca quello che c’è dentro, ma che rimanda anche a quello che è rimasto fuori. E non è poco. Sledgehammer, ad esempio, che è probabilmente il suo maggior successo commerciale. Ma anche Big Time e Biko. Don’t give up, il duetto cantato allora con Kate Bush e qui con la norvegese Ane Brun, invece c’è.
Il video fatto solo di un lunghissimo piano sequenza di lei e Kate Bush abbracciati è uno di quelli che ci ha segnato l’adolescenza, lo sa vero?
“C’era anche un altro video, più esplicito riguardo al tema della canzone, che è poi la disoccupazione. Immagini della grande depressione, cose così. Chissà perché tutti si ricordano quello con l’abbraccio”.
Non so in termini di vendite, ma in Italia Don’t give up fu un successo clamoroso, con continui passaggi radiofonici e televisivi.
“Sì, fu un grande successo. Negli anni l’hanno cantata in molti: Alicia Keys e Bono, Willie Nelson e Sinéad O’Connor. Anche Lady Gaga ne ha fatto una sua versione”.
E com’è? L’ha sentita?
“Forse meno emotiva, ma comunque interessante, niente male”.
Lei è stato uno dei primi a presentarsi sul palco travestito nei modi più assurdi: piume di struzzo, ali di pipistrello, il trucco da scimmia. Che effetto le fa una come Gaga?
“Non l’ho mai vista dal vivo, ma credo sia un’ottima musicista, con una grande voce e una straordinaria abilità nel gestire i media. Certo, i suoi spettacoli a me sembrano artificiosi, ma probabilmente all’epoca anche le cose che facevo io avevano lo stesso effetto sul pubblico”.
Ma perché ad un certo punto lei decise di presentarsi sul palco travestito?
“Due motivi. Primo, le canzoni erano molto complicate, la gente non riusciva a seguire bene i testi: il costume aiutava a seguire la storia. L’altro motivo è molto meno artistico: all’inizio, con i Genesis, le chitarre con cui suonavamo erano sempre scordate. Questo significava che dopo ogni singolo pezzo dovevamo fermarci per riaccordarle, creando dei tempi morti niosissimi tra una canzone e l’altra, tempi morti che pensai di riempire con quel tipo di intrattenimento”.
Il primo costume se lo ricorda ancora?
“Fu per l’album Foxtrot: in copertina c’era l’immagine di una volpe vestita di rosso. Al primo concerto, a Dublino, pensai: ok, adesso devo uscire sul palco vestito da volpe. Mia moglie aveva un abito rosso, un Ossie Clark. Indossai quello. Ricordo ancora la reazione del pubblico: erano scioccati. Lo so che sembra ridicolo raccontarlo adesso, eppure fu così”.
Prima, parlando di New Blood, l’ha descritto come uno scrigno, riaperto dopo tanto tempo. Vuol dire che in questi anni non ha mai riascoltato le sue vecchie canzoni?
“No, non lo faccio mai”.
E ricantarle adesso che effetto le fa? Solsbury Hill, ad esempio: il primo singolo da solista, dopo aver lasciato i Genesis. Ha ancora quel significato particolare, di libertà ritrovata?
“Non più tanto. Adesso è solo una canzone allegra con cui mi piace finire i concerti. Mi diverto a cantarla, ma non penso molto alla storia che c’è dietro”.
Vale anche per Digging the dirt? Ricordo ancora il video, in cui lei veniva sepolto vivo: un periodo molto meno felice, immagino.
“Decisamente. Avevo un sacco di problemi a stavo appena cominciando a guardare dentro me stesso, con la psicoterapia”.
Ed è servita, la terapia?
“Moltissimo. Ho fatti tre anni di terapia di coppia con la mia ex moglie e poi tre anni da solo, in un gruppo. All’inizio detestavo l’idea di fare terapia di gruppo, ma poi è stata la cosa migliore che abbia mai fatto: quando sei in mezzo agli altri non puoi raccontare palle, né svignartela”.
È stato coraggioso. Voglio dire, non deve essere stato facile, lei era già un personaggio pubblico in quegli anni…
“Mi sono fidato delle persone che erano con me. E ho avuto ragione. Nessuno ha mai raccontato alcunché ai giornali”.
Da come racconta le cose, anche le più private, sembra una persona senza rimpianti. È così?
“Non sono uno che guarda indietro e non sono un nostalgico. In questo sono figlio di mio padre”.
Perché, che tipo era suo padre?
“Era un ingegnere elettrico, faceva l’inventore. È stato il primo a creare una specie di televisione via cavo che funzionava secondo i criteri della pay per view. Solo che l’ha fatto nel 1972, quando l’idea di pagare per qualcosa che avevi gratis sembrava assurda. In realtà era troppo avanti per i suoi tempi. Sono cresciuto così, guardando lui battersi per il futuro. E sa una cosa? Mio padre è ancora vivo: ha 99 anni. Se tutto va bene ad aprile ne compie 100”.
Be’ complimenti. In famiglia avete un ottimo patrimonio genetico.
“Credo che molto abbia fatto lo stile di vita: mio padre fa yoga ininterrottamente da 50 anni. Mi ricordo quando tornava dal lavoro e stava per mezz’ora nel prato davanti a casa, a testa in giù, nella posizione della candela. Per dove abitavamo noi, in periferia, era considerato un tipo alquanto stravagante”.
Immagino che 50 anni fa non fossero molti gli uomini che si dedicavano allo yoga.
“Esatto. Forse è quello il suo segreto: essere circondato da donne. Adesso, poi, quando va a lezione, sono ovviamene tutte più giovani di lui. È l’uomo più felice del mondo”.
Le piacerebbe vivere fino a 100 anni come suo padre?
“Se potessi mantenere una vita attiva sì. Purtroppo non sono disciplinato come lui. Ho smesso yoga anni fa, quando sono nati i miei due figli più piccoli. Di recente però ho ricominciato: stavo giocando a ping pong e mi sono stirato un muscolo del braccio. L’ho preso come un segnale: è il mio corpo che lo vuole e io ho il dovere di dargli ascolto”.
Il giorno in cui dovesse ritirarsi dalle scene, cosa le mancherebbe di più?
“Comporre e cantare canzoni. Anche quando sono in vacanza, quello che sogno è un piano, non un palco”.

Vive a Milano da dieci anni. Scrive di musica, cinema e costume. Usa la prima persona singolare. Porta (ancora) la 42. Tra Oasis e Blur ha sempre preferito i Blur.