Il giorno dopo questa intervista, alle due del mattino, mi ritrovo a Palazzina Grassi, il locale di Venezia dove gli attori vanno per una bevuta lontani dai paparazzi e dal casino del Lido. Siamo solo a metà Festival, ma l’argomento di conversazione ufficiale è solo uno: Michael Fassbender. Ne parlano i giornalisti, tra una proiezione e l’altra (“Ma hai visto questo Fassbender?”. “Pazzesco, davvero”). Ne parlano eccitati gli invitati alle feste, sulle barche stracolme di vip (“Che dici, andiamo via?”. “No no, sei matto? Pare stia arrivando Fassbender”). Quando entro lui è lì, con l’amico Eli Roth. Mi avvicino e lo saluto. Gli chiedo come sta. Mi dice che è stanco. Mi chiede cosa bevo. Gli dico vodka tonic. Il bicchiere non fa in tempo ad arrivare che Roth, scatenatissimo, trascina me e i miei amici in mezzo alla pista. Fassbender rimane al bar. Non parla con nessuno. È silenzioso. Osserva. Mi viene in mente una delle scene fondamentali di Shame quando, una sera, Brandon e il capo escono insieme. Il capo è il solito capo: cretino e sbruffone. È anche sposato, ma quella sera ha voglia di altro. I due vanno in un locale e abbordano una bionda. Il capo è insistente, la riempie di complimenti, la corteggia in modo goffo. Brandon no. È silenzioso. Osserva. Lascia fare. Dosa le mosse, non dice una parola di troppo. È un predatore, e sa perfettamente quando e come colpire. La serata finisce infatti con lui e la bionda a fare sesso in un angolo buio di Manhattan, con i vestiti addosso. Per una frazione di secondo, appoggiato da solo a quel bancone, la sensazione è che Fassbender non stia recitando Brandon. In quel momento Fassbender è Brandon. Forse lo è diventato. Forse lo è sempre stato. D’altronde come si fa a riconoscere un malato di sesso? Dal fatto che ne parla sempre? O che non ne parla affatto? Perché ha tante donne? O perché non ne ha neanche una? Per come si veste, cammina, gesticola? Per il lavoro che fa, forse? Mica facile: Brandon potrebbe essere chiunque. L’unica certezza è che in Shame non ha solo il suo volto, ma anche i suoi muscoli, il suo respiro affannato, la sua voce rotta, il suo sudore, il suo sperma. Quello di un attore che in molti ancora non conoscono, ma senza il quale questo film non ci sarebbe mai stato.
Succede, quando incontri quelli di talento: dal vivo non sono mai come te li eri immaginati vedendoli sullo schermo. Vale anche per Fassbender. Non è solo questione di essere più magro, più grasso o più muscoloso a seconda di come lo vuole il copione, è che ha quel tipo di faccia talmente duttile da risultare quasi anonima se non ha un ruolo appiccicato addosso. Gli occhi blu sono sicuramente la cosa che rimane più impressa. Quelli e le mani, curatissime. Nonostante sia un pomeriggio molto caldo, indossa un completo grigio dall’aria decisamente troppo pesante. Eppure non suda, niente, neanche una goccia. Le scuole irlandesi gli hanno lasciato strascichi di un’educazione cattolica («Da bambino ho fatto il chierichetto, ma più per vincere la noia durante la Messa, che per reale convinzione») e un forte accento. La frequentazione di Hollywood gli ha invece attaccato il fastidioso vizio di infilare un “you know” ogni tre parole. «Mio padre è tedesco, mia madre irlandese: sono nato in Germania, ma cresciuto a Killarney, nel Kerry. I miei avevano un ristorante e per un po’ ho lavorato con loro. L’idea di fare l’attore mi è venuta abbastanza tardi». A 19 anni si trasferisce a Londra e inizia a recitare in teatro. A 24 anni viene scritturato per Band of Brothers, la serie tv prodotta da Spielberg e ambientata durante la Seconda Guerra Mondiale. Sono gli anni di Los Angeles, quelli vissuti con l’illusione di avercela fatta. Non è così. Impara la prima lezione: «Mai spendere tutti i soldi se non sei sicuro di cosa c’è dietro l’angolo». Torna a Londra, e per un periodo pensa di mollare tutto, darsi al catering, magari aprire un bar tutto suo. Fino all’incontro con «l’uomo che mi ha cambiato la vita». Festival di Cannes 2008, l’anno di Gomorra e de Il Divo. Presentato in concorso nella sezione Un Certain Regard c’è il primo film di Steve McQueen, artista inglese che nel 1999 ha vinto il Turnet Prize, il più importante riconoscimento inglese nel mondo dell’arte. Hunger racconta la storia di Bobby Sands, attivista dell’IRA morto in prigione a 27 anni dopo 66 giorni di sciopero della fame. A interpretarlo lui, Fassbender: quello che fino al giorno prima era uno dei tanti che, a 31 anni, non aveva ancora trovato il ruolo che lo facesse svoltare, improvvisamente diventa l’attore di cui tutti parlano, accolto alla proiezione ufficiale da una standing ovation. «Ero in sala con mio padre e ricordo di avergli detto: “ricordati bene questa serata, perché non credo che potrò mai arrivare più in alto di così”». Grazie alla sua interpretazione, il film non solo vince la Camera D’oro come migliore opera prima, ma diventa il caso cinematografico dell’anno, vincendo premi in tutti i Festival a cui partecipa. In Hunger, di Fassbender rimangono impresse parecchie cose, prima tra tutte la trasformazione fisica a cui va incontro nel corso del film e che si può definire solo con una parola: sconvolgente. Alto 1 metro e 83, per interpretare Sands morente perde 15 chili, arrivando a pesarne solo 54. Per riuscirci racconta di essersi chiuso per quasi tre mesi in una casa a Venice Beach e di avere intrapreso una dieta da 1000 calorie al giorno poi ridotta ulteriormente a 600. «Mangiavo solo noci, mirtilli e sardine, perché contengono calcio. Facevo yoga tutti i giorni, camminavo, nuotavo, qualsiasi cosa pur di tenermi occupato. Avevo perso completamente la libido: è incredibile come non mangiare alteri le funzioni cognitive. Soffrire la fame può veramente portare alla pazzia: la linea di demarcazione tra autocontrollo e follia è molto, molto sottile». Parlandone a tre anni di distanza e paragonando le due esperienze, Fassbender adesso dice: «Be’, girare Hunger in confronto è stata una passeggiata». Sembra un’esagerazione, ma bisogna vederlo per capire le sue parole: a suo modo, Shame è un film ancora più atroce. Il protagonista, Brandon, è un personaggio che si porta addosso un livello di angoscia talmente alto da mettere a disagio. La sua performance tocca livelli di sofferenza raramente visti al cinema, soprattutto perché riguarda scene di sesso, che dovrebbero eccitanti per definizione e che qui non lo so per niente. «Qualcuno ha paragonato Brandon a Don Giovanni: niente di più sbagliato. Don Giovani si divertita, lo faceva per godere, Brandon no. Non c’è alcuna gioia in quello che fa, e neppure il minimo sentimento: Brandon è perduto, malato, autodistruttivo, deviato». Se proprio si vuole fare un paragone, allora meglio Jason Bateman, il protagonista di American Psycho: il primo usa il sesso, il secondo il sangue, entrambi sono freddi e spietati. «Negli Usa ci sono quasi ventiquattro milioni di persone con problemi di dipendenza da porno. Ne ho incontrate alcune, ci ho parlato e sono giunto alla conclusione che il nostro rapporto col sesso segue ormai la stessa dinamica di quello con il cibo, con l’alcool, con le droghe, persino con la tecnologia: la disponibilità è talmente massiccia che non abbiamo più spazio né per desiderare né per apprezzare. Consumiamo e basta, che è poi quello che fa Brandon: una continua ricerca di contatto fisico per poter finalmente sentire qualcosa, qualunque cosa», con la soglia che si alza sempre di più e quindi una donna sola non basta, ce ne voglio due, ma poi neanche due bastano e allora ci vuole un pompino fatto da uno sconosciuto in un gay bar. È forse la scena più inquietante del film «e anche la più difficile da girare» dice, non per il rapporto omosessuale, ma «perché lì capisci quando sia enorme la sua disperazione: quando neanche il rapporto con un uomo riesce a riempire il vuoto, a fargli sentire qualcosa, allora si fa prendere a pugni, nella speranza che il dolore fisico, almeno quello funzioni».
«Non mi fido di nessuno, solo di Michael: se lui non avesse accettato, non avrei mai girato questo film», ha detto Steve McQueen. Ha ragione. Impossibile pensare ad un altro protagonista: fisicità, capacità di impossessarsi dello schermo in modo autorevole, quello sguardo che ha insieme qualcosa di vulnerabile e – come ha scritto Hollywood Report – di pericoloso, capace di qualunque cosa. I paragoni sono già cominciati (Daniel Day Lewis e Christian Bale sono i nomi più citati), i premi sono già arrivati e dopo la Coppa Volpi veneziana, si parla insistentemente di una candidatura all’Oscar come migliore attore. «Non ci penso», dice, aggiungendo una serie di frasi di buon senso come: voglio continuare a recitare in film che siano una sfida, non mi interessa la fama, ci sono troppe distrazioni in questo mestiere, voglio solo continuare a fare bene il mio lavoro. Non c’è dubbio però che nella sua carriera Shame rappresenti uno spartiacque: c’è un prima, ci sarà un dopo. «Psicologicamente è stato devastante: ho dovuto passare cinque settimane nei panni di un uomo che si fa del male, che sa di essere malato, non sa come fare ad uscirne perché non ne è capace e anche quando ci prova, finisce per farsi ancora più male». Liberarsene non sarà facile. «Certo che c’è qualcosa di me in lui: mi fa paura ammetterlo, come farebbe paura ammetterlo a qualunque uomo. Brandon è uno specchio: attraverso lui, vediamo noi stessi». Come dire: non si esce indenni da un film come Shame. Non può Michael Fassbender, che lo ha interpretato. Ma forse neanche noi.

Vive a Milano da dieci anni. Scrive di musica, cinema e costume. Usa la prima persona singolare. Porta (ancora) la 42. Tra Oasis e Blur ha sempre preferito i Blur.
[...] Quella volta in cui incontrai Michael Fassbender, articolo di Simona Siri [...]
Spesso un film si inizia ad amare proprio durante i titoli di coda, e si ha la consapevolezza di questo amore, solo leggendo bei pezzi come questo. Da quando ho visto questo film, mi è rimasto appiccicato come fosse un post-it lo sguardo di Brandon al bancone del bar citato sopra, nel locale dove si è esibita la sorella, in metropolitana o in quell’asettico appartamento di Manhattan come se in realtà fosse davvero lui, l’attore, ad avere quei profondi traumi interiori che non ci vengono detti, ma possiamo solo immaginare. Questo è uno dei pochi casi in cui sicuramente mi resterà più vivo il ricordo del personaggio che del film nel suo complesso, anche se spero di restituire a Fassbender la sua vera identità, perché ancora oggi, non riesco a non ricondurlo solo e unicamente a Brandon.
che bel commento, grazie mille.