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	<title>Comincio Lunedì</title>
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	<description>(il blog di simona siri)</description>
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		<title>Vogliamo la favola/Serge Gainsbourg e Jane Birkin</title>
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		<pubDate>Tue, 17 Jan 2012 01:35:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Simona</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.simonasiri.it/wp-content/uploads/2012/01/125456850-b497b8e7-dc12-4a76-9815-1b26c994fcbe1.jpg"><img class="aligncenter size-medium wp-image-1062" title="125456850-b497b8e7-dc12-4a76-9815-1b26c994fcbe" src="http://www.simonasiri.it/wp-content/uploads/2012/01/125456850-b497b8e7-dc12-4a76-9815-1b26c994fcbe1-300x198.jpg" alt="" width="300" height="198" /></a></p>
<p>Se c’è una cosa che ci insegnano <strong>Serge Gainsbourg</strong> e <strong>Jane Birkin</strong> è questa: la storia d’amore che ti cambia la vita può arrivare in qualsiasi momento, sotto qualsiasi forma, anche sotto quella di rimpiazzo dal dolore di una storia precedente, anche se la prima volta che lo vedi lo detesti e lo vorresti strozzare. Sembra impossibile pensarlo di una delle unioni più passionali e chiacchierate dei nostri tempi. Eppure tra questi due mostri sacri dello scandalo, tra queste due icone dell’amore fisico è andata così.  È il 1968: Serge ha 40 anni, è già un mito ed è reduce da una tormentata e dolorosa storia con Brigitte Bardot. Jane di anni ne ha 22, è un’attrice dalle gambe lunghissime con in curriculum una manciata di film (il più importante dei quali è <em>Blow Up</em>, di Michelangelo Antonioni) e un matrimonio già concluso con il musicista John Barry, sposato a 17 anni e da cui ha avuto una bambina, Kate. Con modalità e tempi diversi, sono entrambi due sopravvissuti col cuore spezzato, condizione, questa, che di solito non preannuncia nulla di buono, a meno che il destino non ci metta pesantemente lo zampino e se succede, allora poi per forza che ti convinci che tu e quell’uomo lì siete fatti l’uno per l’altra. Comunque, la prima volta che i due si incontrano è per lavoro: Serge deve girare un film intitolato <em><a href="http://www.imdb.com/title/tt0065000/">Slogan</a></em> e per la protagonista vorrebbe al suo fianco la sofisticatissima Marisa Berenson, mente il regista &#8211; Pierre Grimblat &#8211; pensa ad attrici come Charlotte Rampling e Jaqueline Bisset. Alla fine a spuntarla è una ragazza inglese molto ossuta, con i denti separati, i capelli in disordine, un abitino corto per nulla chic. Una, insomma, che non ha nulla della bellezza aristocratica della Berenson. Non solo, questa attrice inglese non parla una parola di francese, è completamente ignara del mito di Serge Gainsbourg tanto che la prima volta che si vedono gli storpia il nome chiamandolo Bourguignon. Lui reagisce trattandola malissimo. Più che amore, è odio a prima vista. “Fu terribilmente arrogante, sarcastico e presuntuoso”, ricorda Jane nel libro <em>Per un pugno di gitanes</em>. La seconda volta, tre settimane dopo, non va molto meglio: si incontrano a casa dei genitori di lui, dove Serge vive in attesa della ristrutturazione dell’appartamento di Rue de Verneuil. La sua stanza è tappezzata di poster di Brigitte Bardot, cosa che lascia Jane sconvolta, anche perché tra il primo e il secondo incontro la ragazza ha studiato: ha ascoltato le sue canzoni, ha letto i testi, ha finalmente capito con che tipo di uomo ha a che fare e lo trova a suo modo affascinante. Lui resta antipatico e indisponente come sopra. Spostandosi sul set le cose non migliorano, anzi: l’imbarazzo e il disagio di lei si fanno ancora più evidenti, soprattutto durante le scene di intimità. È qui che Jane &#8211; per disperazione o forse per l’intuizione, chissà -chiede al regista di organizzare una cena per loro due da soli, in modo da poter entrare più in confidenza. “Capisco benissimo che lui preferisca una come Marisa Berenson, ma è molto difficile recitare con qualcuno che apparentemente ti trova orribile”, dice a Grimblat, dove il colpo di genio sta in quel “apparentemente”: vuoi che una donna non si accorga quando l’ostilità nasconde invece attrazione?  Come sono andate le cose durante quella famosa cena è ormai leggenda: il tour per tutti i locali più malfamati di Parigi – quelli che accolgono trionfalmente solo le star o i frequentatori abituali: lui era entrambe le cose -, la corsa in taxi all’Hilton alle sei del mattino, lui che si addormenta ubriaco sul letto prima ancora di riuscire a baciarla. Prevedibile come solo le favole sanno esserlo, dopo quella notte diventano inseparabili.</p>
<p>Gainsbourg e Birkin stanno insieme dal 1969 fino a una mattina del 1980, quando lei fa le valigie e se ne va di casa, stanca “di essere una bambolina” e di vivere in un appartamento – quello di Rue de Verneuil, dove lui morirà nel 1991 – che è un vero e proprio museo, pieno zeppo di oggetti, quadri (alcuni raffiguranti Brigitte Bardot), partiti e pianoforti, luogo di culto per i fan, ma completamente inadatto per una famiglia composta allora da due adulti e due bambine (Charlotte nasce nel 1974). Dopo di lui Jane sposa il regista Jacques Doillon, da cui ha un’altra figlia, Lou. Serge si consola con Caroline Von Paulus, modella, nome d’arte Bambou. Gli undici anni in cui Gaisnbourg e Birkin stanno insieme sono ancora adesso l’esempio più esteticamente meraviglioso della relazione di un genio con la sua musa. Nelle sue mani lei diventa non solo cantante e attrice, ma il mezzo attraverso il quale lui può mettere in pratica le sue geniali fantasie e il suo desiderio di controllo. “Quando andavamo al ristorante era lui a decidere cosa ordinare. Prima, a casa, decideva lui quale vestito dovessi indossare. Il mondo, gli altri erano solo i nostro spettatori”, ricorda lei. Giovane e innamorata, Jane si lascia condurre, dirigere, forse anche un po’ manipolare. “Non ho mai pensato di poter avere una personalità mia stando vicino a lui”. È il prezzo che si paga vivendo accanto a un genio. In cambio si riceve passione, sesso, attenzioni fuori dal comune (“Riempiva la stanza di fori, faceva venire musicisti a suonare per me, in camera”), scenate epiche (celebre la volta in cui Jane, per farsi perdonare di averlo schiaffeggiato in pubblico, si butta nella Senna), dedizione totale (“Mi seguiva ovunque, non ci separavamo neanche per una settimana”), amore, divertimento (“È stato il primo uomo a preoccuparsi di sapere se stavo bene e se mi divertivo”). E scandalo. <em><a href="http://youtu.be/k3Fa4lOQfbA">Je T’aime … Moi Non Plus</a> </em>sono quattro minuti di sospiri e mugolii che poco lasciano all’immaginazione. Quando, nel 1969, la canzone esce le reazioni sono ovunque le stesse: shock. Seguito a breve da censura in Spagna, Portogallo, Svezia, Brasile, Polonia, Inghilterra (le radio potevano trasmetterla solo dopo le 11 di sera). In Italia il distributore del disco viene scomunicato dal Vaticano. Per tutti Serge&amp;Jane diventano il sinonimo in carne ed ossa della parola sesso. Vorace e senza freni, Gainsbourg esagera in tutto, nelle attenzioni così come nei vizi: troppo alcool, troppo fumo, troppe notti insonni. Anche se non più da compagna, Jane gli rimane sempre vicino, anche quando lui ha ormai evidenti e seri problemi di alcolismo, anche quando nel 1973, a soli 45 anni, ha il primo attacco di cuore (il secondo, nel 1991, sarà quello definitivo). Infastidita, preoccupata, impotente, anche scocciata: eppure i due rimangono sempre vicini. Se c’è una cosa che le donne intelligenti sanno è che un uomo lo puoi amare, non cambiare. Soprattutto uno come Gainsbourg. Sta a te decidere se ne vale la pena. Jane Birkin questo dubbio non ce l’ha mai avuto e ancora adesso, a chi le chiede come abbia fatto a sopportare per tanti anni lo spettacolo di un uomo che si stava uccidendo con le proprie mani, risponde: “perché la sua malattia era infinitamente più interessante della salute di chiunque altro”.</p>
<p>(<a href="http://www.style.it/myself.aspx">Myself, dicembre 2011)</a></p>
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		<title>Quella volta in cui incontrai Michael Fassbender</title>
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		<pubDate>Thu, 12 Jan 2012 16:00:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Simona</dc:creator>
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<p><a href="http://www.simonasiri.it/wp-content/uploads/2012/01/556964-venice_mf_5_box_art.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-1054" title="556964-venice_mf_5_box_art" src="http://www.simonasiri.it/wp-content/uploads/2012/01/556964-venice_mf_5_box_art.jpg" alt="" width="180" height="239" /></a></p>
<p>Il giorno dopo questa intervista, alle due del mattino, mi ritrovo a Palazzina Grassi, il locale di Venezia dove gli attori vanno per una bevuta lontani dai paparazzi e dal casino del Lido. Siamo solo a metà Festival, ma l’argomento di conversazione ufficiale è solo uno: <strong>Michael Fassbender</strong>. Ne parlano i giornalisti, tra una proiezione e l’altra (“Ma hai visto questo Fassbender?”.  “Pazzesco, davvero”). Ne parlano eccitati gli invitati alle feste, sulle barche stracolme di vip (“Che dici, andiamo via?”. “No no, sei matto? Pare stia arrivando Fassbender”). Quando entro lui è lì, con l’amico Eli Roth. Mi avvicino e lo saluto. Gli chiedo come sta. Mi dice che è stanco. Mi chiede cosa bevo. Gli dico vodka tonic. Il bicchiere non fa in tempo ad arrivare che Roth, scatenatissimo, trascina me e i miei amici in mezzo alla pista. Fassbender rimane al bar. Non parla con nessuno. È silenzioso. Osserva. Mi viene in mente una delle scene fondamentali di <em><a href="http://youtu.be/67w3ktY1DJQ">Shame</a></em> quando, una sera, Brandon e il capo escono insieme. Il capo è il solito capo: cretino e sbruffone. È anche sposato, ma quella sera ha voglia di altro. I due vanno in un locale e abbordano una bionda. Il capo è insistente, la riempie di complimenti, la corteggia in modo goffo. Brandon no. È silenzioso. Osserva. Lascia fare. Dosa le mosse, non dice una parola di troppo. È un predatore, e sa perfettamente quando e come colpire. La serata finisce infatti con lui e la bionda a fare sesso in un angolo buio di Manhattan, con i vestiti addosso. Per una frazione di secondo, appoggiato da solo a quel bancone, la sensazione è che Fassbender non stia recitando Brandon. In quel momento Fassbender <em>è</em> Brandon. Forse lo è diventato. Forse lo è sempre stato. D’altronde come si fa a riconoscere un malato di sesso? Dal fatto che ne parla sempre? O che non ne parla affatto? Perché ha tante donne? O perché non ne ha neanche una?  Per come si veste, cammina, gesticola? Per il lavoro che fa, forse? Mica facile: Brandon potrebbe essere chiunque. L’unica certezza è che in <em>Shame</em> non ha solo il suo volto, ma anche i suoi muscoli, il suo respiro affannato, la sua voce rotta, il suo sudore, il suo sperma. Quello di un attore che in molti ancora non conoscono, ma senza il quale questo film non ci sarebbe mai stato.</p>
<p>Succede, quando incontri quelli di talento: dal vivo non sono mai come te li eri immaginati vedendoli sullo schermo. Vale anche per Fassbender. Non è solo questione di essere più magro, più grasso o più muscoloso a seconda di come lo vuole il copione, è che ha quel tipo di faccia talmente duttile da risultare quasi anonima se non ha un ruolo appiccicato addosso. Gli occhi blu sono sicuramente la cosa che rimane più impressa. Quelli e le mani, curatissime. Nonostante sia un pomeriggio molto caldo, indossa un completo grigio dall’aria decisamente troppo pesante. Eppure non suda, niente, neanche una goccia. Le scuole irlandesi gli hanno lasciato strascichi di un’educazione cattolica («Da bambino ho fatto il chierichetto, ma più per vincere la noia durante la Messa, che per reale convinzione») e un forte accento. La frequentazione di Hollywood gli ha invece attaccato il fastidioso vizio di infilare un “you know” ogni tre parole. «Mio padre è tedesco, mia madre irlandese: sono nato in Germania, ma cresciuto a Killarney, nel Kerry. I miei avevano un ristorante e per un po’ ho lavorato con loro. L&#8217;idea di fare l’attore mi è venuta abbastanza tardi». A 19 anni si trasferisce a Londra e inizia a recitare in teatro. A 24 anni viene scritturato per <em>Band of Brothers</em>, la serie tv prodotta da Spielberg e ambientata durante la Seconda Guerra Mondiale. Sono gli anni di Los Angeles, quelli vissuti con l’illusione di avercela fatta. Non è così. Impara la prima lezione: «Mai spendere tutti i soldi se non sei sicuro di cosa c’è dietro l’angolo». Torna a Londra, e per un periodo pensa di mollare tutto, darsi al catering, magari aprire un bar tutto suo. Fino all’incontro con «l’uomo che mi ha cambiato la vita». Festival di Cannes 2008, l’anno di <em>Gomorra</em> e de <em>Il Divo. </em>Presentato in concorso nella sezione <em>Un Certain Regard</em> c’è<em> </em>il primo film di Steve McQueen, artista inglese che nel 1999 ha vinto il Turnet Prize, il più importante riconoscimento inglese nel mondo dell’arte. <em>Hunger</em> racconta la storia di Bobby Sands, attivista dell’IRA morto in prigione a 27 anni dopo 66 giorni di sciopero della fame. A interpretarlo lui, Fassbender: quello che fino al giorno prima era uno dei tanti che, a 31 anni, non aveva ancora trovato il ruolo che lo facesse svoltare, improvvisamente diventa l’attore di cui tutti parlano, accolto alla proiezione ufficiale da una standing ovation. «Ero in sala con mio padre e ricordo di avergli detto: “ricordati bene questa serata, perché non credo che potrò mai arrivare più in alto di così”». Grazie alla sua interpretazione, il film non solo vince la Camera D’oro come migliore opera prima, ma diventa il caso cinematografico dell&#8217;anno, vincendo premi in tutti i Festival a cui partecipa. In <em><a href="http://youtu.be/Mw7WJLZmVF4">Hunger</a></em>, di Fassbender rimangono impresse parecchie cose, prima tra tutte la trasformazione fisica a cui va incontro nel corso del film e che si può definire solo con una parola: sconvolgente. Alto 1 metro e 83, per interpretare Sands morente perde 15 chili, arrivando a pesarne solo 54. Per riuscirci racconta di essersi chiuso per quasi tre mesi in una casa a Venice Beach e di avere intrapreso una dieta da 1000 calorie al giorno poi ridotta ulteriormente a 600. «Mangiavo solo noci, mirtilli e sardine, perché contengono calcio. Facevo yoga tutti i giorni, camminavo, nuotavo, qualsiasi cosa pur di tenermi occupato. Avevo perso completamente la libido: è incredibile come non mangiare alteri le funzioni cognitive. Soffrire la fame può veramente portare alla pazzia: la linea di demarcazione tra autocontrollo e follia è molto, molto sottile». Parlandone a tre anni di distanza e paragonando le due esperienze, Fassbender adesso dice: «Be’, girare <em>Hunger</em> in confronto è stata una passeggiata». Sembra un’esagerazione, ma bisogna vederlo per capire le sue parole: a suo modo, <em>Shame</em> è un film ancora più atroce. Il protagonista, Brandon, è un personaggio che si porta addosso un livello di angoscia talmente alto da mettere a disagio. La sua performance tocca livelli di sofferenza raramente visti al cinema, soprattutto perché riguarda scene di sesso,  che dovrebbero eccitanti per definizione e che qui non lo so per niente. «Qualcuno ha paragonato Brandon a Don Giovanni: niente di più sbagliato. Don Giovani si divertita, lo faceva per godere, Brandon no. Non c’è alcuna gioia in quello che fa, e neppure il minimo sentimento: Brandon è perduto, malato, autodistruttivo, deviato». Se proprio si vuole fare un paragone, allora meglio Jason Bateman, il protagonista di <em>American Psycho</em>: il primo usa il sesso, il secondo il sangue, entrambi sono freddi e spietati. «Negli Usa ci sono quasi ventiquattro milioni di persone con problemi di dipendenza da porno. Ne ho incontrate alcune, ci ho parlato e sono giunto alla conclusione che il nostro rapporto col sesso segue ormai la stessa dinamica di quello con il cibo, con l’alcool, con le droghe, persino con la tecnologia: la disponibilità è talmente massiccia che non abbiamo più spazio né per desiderare né per apprezzare. Consumiamo e basta, che è poi quello che fa Brandon: una continua ricerca di contatto fisico per poter finalmente sentire qualcosa, qualunque cosa», con la soglia che si alza sempre di più e quindi una donna sola non basta, ce ne voglio due, ma poi neanche due bastano e allora ci vuole un pompino fatto da uno sconosciuto in un gay bar. È forse la scena più inquietante del film «e anche la più difficile da girare» dice, non per il rapporto omosessuale, ma «perché lì capisci quando sia enorme la sua disperazione: quando neanche il rapporto con un uomo riesce a riempire il vuoto, a fargli sentire qualcosa, allora si fa prendere a pugni, nella speranza che il dolore fisico, almeno quello funzioni».</p>
<p>«Non mi fido di nessuno, solo di Michael: se lui non avesse accettato, non avrei mai girato questo film», ha detto Steve McQueen. Ha ragione. Impossibile pensare ad un altro protagonista: fisicità, capacità di impossessarsi dello schermo in modo autorevole, quello sguardo che ha insieme qualcosa di vulnerabile e – come ha scritto Hollywood Report – di pericoloso, capace di qualunque cosa. I paragoni sono già cominciati (Daniel Day Lewis e Christian Bale sono i nomi più citati), i premi sono già arrivati e dopo la Coppa Volpi veneziana, si parla insistentemente di una candidatura all’Oscar come migliore attore. «Non ci penso», dice, aggiungendo una serie di frasi di buon senso come: voglio continuare a recitare in film che siano una sfida, non mi interessa la fama, ci sono troppe distrazioni in questo mestiere, voglio solo continuare a fare bene il mio lavoro. Non c’è dubbio però che nella sua carriera <em>Shame</em> rappresenti uno spartiacque: c’è un prima, ci sarà un dopo. «Psicologicamente è stato devastante: ho dovuto passare cinque settimane nei panni di un uomo che si fa del male, che sa di essere malato, non sa come fare ad uscirne perché non ne è capace e anche quando ci prova, finisce per farsi ancora più male». Liberarsene non sarà facile. «Certo che c’è qualcosa di me in lui: mi fa paura ammetterlo, come farebbe paura ammetterlo a qualunque uomo. Brandon è uno specchio: attraverso lui, vediamo noi stessi».  Come dire: non si esce indenni da un film come <em>Shame</em>. Non può Michael Fassbender, che lo ha interpretato. Ma forse neanche noi.</p>
<p><a href="http://www.gqitalia.it/show/cinema/2011/11/michael-fassbender-shame-knockout-il-nuovo-sex-symbol-planetario">(GQ, dicembre 2011) </a></p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Vogliamo la favola/Ali MacGraw e Steve McQueen</title>
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		<pubDate>Thu, 12 Jan 2012 15:10:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Simona</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>&nbsp;</p>
<p><a href="http://www.simonasiri.it/wp-content/uploads/2012/01/u18577501.jpg"><img class="aligncenter size-medium wp-image-1045" title="u18577501" src="http://www.simonasiri.it/wp-content/uploads/2012/01/u18577501-300x219.jpg" alt="" width="300" height="219" /></a></p>
<p>È colpa loro. Se la nostra vita sentimentale si è nutrita di aspettative troppo alte, se vogliamo la favola. Se qualsiasi storia passata, presente o futura che non contenga dramma e passione in quantità ridicola ci sembra di una noia mortale, be’ adesso sappiamo con chi prendercela. Poco dopo Liz Taylor e Richard Burton e molto prima di Brad Pitt e Angelina Jolie, sono venuti loro: <strong>Ali MacGraw</strong> e <strong>Steve McQueen</strong>. Quattro anni di matrimonio, un film insieme, tradimenti, gelosia, ossessione, alcool, cocaina, cambi di umore, liti furiose. Soprattutto la capacità di vivere la loro storia d’amore come la migliore delle sceneggiature, annullando la differenza tra realtà e finzione e rendendo la vita, quella vera, più avvincente di qualsiasi film. Belli, innamorati, sempre in bilico tra «giorni meravigliosi e giorni orrendi, con niente in mezzo» – per dirla con le parole di Ali. Stanno insieme per meno di dieci anni. Eppure non si dimenticano mai, se è vero che quando Steve muore di cancro, tre anni dopo il loro divorzio, nel 1980, con a fianco una nuova moglie – la terza, somigliante ad Ali in modo sospetto –, in realtà continua ad amare lei. Soprattutto sono molto diversi, a illuderci ancora una volta che sono gli opposti ad attrarsi: lei fidanzatina d’America uscita dal Wellesley College – una specie di Harvard femminile per le arti – a suo agio nelle gallerie d’arte di New York e nelle feste di Los Angeles, colta, amante dell’Europa, ex assistente di un fotografo, poi modella e attrice per caso; lui figlio di madre alcolista, padre sconosciuto, il riformatorio, molti lavori e anni di vagabondaggio per mare e in moto prima di diventare un attore vero. Biografie che già da sole basterebbero, ma che unite alla passione che li travolge quando entrambi sono al massimo della fama e della bellezza, creano qualcosa di molto simile alla storia d’amore ideale.</p>
<p>Fine anni ’60: lui è già Steve McQueen, l’attore più pagato d’America, l’essere più desiderabile del pianeta, il prototipo di maschio tormentato ma sensibile, l’uomo che tutti gli uomini vorrebbero essere e che tutte le donne vorrebbero nel letto. Anche lei è una star, sebbene abbia fatto due soli film: uno si intitola <em><a href="http://www.imdb.com/title/tt0066011/">Love Story</a></em>. Uscito nel 1970, a Natale, quel film con Ryan O’Neal diventa un caso planetario. <em><a href="http://www.time.com/time/covers/0,16641,19710111,00.html">Time</a> </em>mette Ali in copertina e titola: “Il ritorno del romanticismo”. Da quel momento lei diventa non solo il simbolo di una generazione e di un sentimento condiviso, ma anche un’icona di stile – le sciarpone e i berretti di lana, i jeans larghi, i cappottini colorati, i fiori nei capelli, gli abiti da sera lunghi e scivolosi di Halston: insomma tutto quello che fa hippy chic – considerata una delle donne più eleganti del mondo. Non solo: il 24 ottobre del ’69 MacGraw sposa Robert Evans, ex attore diventato il produttore che, proprio grazie a <em>Love Story</em> e poi a <em>Il Padrino</em> e <em>Chinatown</em>, ha salvato la Paramount Pictures dal fallimento. I due sono una perfetta <em>power couple</em> hollywoodiana: belli, di successo, stimati, abitano in una villa con regolamentare piscina a Beverly Hills, hanno un bambino, Joshua, nato nel gennaio del ’71. Praticamente perfetti. Finché la MacGraw e McQueen non si incrociano su un set, quello di <em></em><em><a href="http://www.imdb.com/title/tt0068638/">Getaway-Il rapinatore solitario</a> </em>di Sam Penckinpah, film che Ali non vuole girare per non allontanarsi dal figlio piccolo, ma che proprio il marito, produttore della pellicola, la convince ad accettare. Nel documentario sulla sua vita (<em>The kid stays in the picture</em>), Evans la prende con filosofia: «Quando una donna ti lascia per un altro è sempre brutto. Quando tua moglie ti lascia per l’attore più famoso del mondo, ti senti minuscolo».</p>
<p>Febbraio del ’72. Ali e Steve arrivano a Huntsville, Texas, per girare <em>Getaway</em>. Sono previsti tre mesi di riprese. Ne impiegano meno di uno per innamorarsi. McQueen ha appena lasciato la prima moglie, Neile Adams, ex ballerina di Broadway con cui è stato sposato 15 anni, di cui neanche uno senza infedeltà (da parte di lui: lei lo tradisce una sola volta, con Maximilian Schell, ma come tutte le persone patologicamente infedeli e morbosamente gelose, Steve non la perdonerà mai). Finite le riprese, Ali fa un estremo tentativo di salvare il matrimonio con Evans, e torna da lui. Non dura. Lo lascia e va a vivere da sola in una villa vicino a quella di Mulholland Drive dove abita McQueen: a separare le due abitazioni c’è un pezzo di terreno incolto. Quando litigano – e succede spesso – lei sbatte la porta, attraversa il campo a piedi e torna a casa sua. Appena ottenuto il divorzio lei e Steve si trasferiscono – insieme al figlio avuto da Evans e a Chad, il figlio di McQueen e della sua prima moglie – in una casa sul mare a nord di Malibu. È qui che inizia la loro vita insieme, un’alternanza senza soluzione di continuità di alti e bassi, di liti e riconciliazioni, di complicità e inconciliabilità. Steve è geloso e non vuole che lavori, Ali lascia il cinema per fare la moglie, cucinare stufato con patate e apparecchiare tavola tutte le sere alle sei. Neanche il matrimonio – 11 luglio 1973, in Wyoming – basta però a frenare i comportamenti possessivi e malati di lui, gli sbalzi d’umore aggravati da alcool e cocaina. McQueen è un uomo complicato, con un passato difficile, mille fantasmi. E detesta ciò che la MacGraw rappresenta ovvero l’America intellettuale dei salotti newyorkesi, i party di Hollywood, la mondanità. Fosse per lui passerebbe il tempo girando in moto. Ali, dall’altra parte, ha il complesso della ragazza perfetta, ed è insicura perfino della propria straordinaria bellezza: davanti al maschio che ogni donna desidera non si sente all’altezza, e si adatta a una vita non sua. Le uscite pubbliche sono poche e quelle poche un disastro. Ma quando funziona è meraviglioso: isolati dal mondo, in mezzo alla natura, nei weekend con i figli o quando se ne vanno nel Montana e al ritorno lui le fa trovare la stanza piena di rose bianche e margherite. Lì, in quei momenti, sono felici. Una volta lei riesce persino a trascinarlo a un balletto con Mikhail Baryshnikov.</p>
<p>Soprattutto, Ali è fedele. Lui no. Per tutto il tempo del matrimonio tiene una stanza al Beverly Wilshire Hotel, dove riceve le amanti. Ali lo sa, ma invece di fare irruzione in albergo e riempirlo dei calci che si merita, fa finta di non sapere, subisce, anche quando Steve la accusa di tradimenti che esistono solo nella sua testa paranoica. Si arriva al punto in cui lei va in terapia, tollera l’intollerabile, si colpevolizza, finché capisce che non c’è niente da fare. E nel ’77 lo lascia. McQueen muore nel 1980 in Messico, tre anni dopo il divorzio da Ali: complicanze di un intervento per un tumore al collo. Ali inizia a bere, fa film senza storia e nell’86 entra in clinica, alla Betty Ford, per disintossicarsi. Ora è una tranquilla signora che vive a Santa Fé, New Mexico, e si occupa di beneficenza. Mai più risposata. Della love story con McQueen dice: «È stata passionale, drammatica, dolorosa ed estatica, ma inevitabile». E, per chiarire il concetto, racconta il loro primo incontro, avvenuto nell’estate del ’71. Per discutere il progetto di <em>Gateway </em>il marito, Robert Evans, ha invitato Steve a casa loro. Ali è in piscina e, attraverso la vetrata che dà sulla veranda, incrocia gli occhi di lui, del «blu più straordinario che avessi mai visto». Quando McQueen se ne va, Ali entra in casa, chiama l’amico fotografo Melvin Sokolsky, di cui era stata assistente all’inizio della carriera, e gli dice solo tre parole, queste: «Sono nei guai».</p>
<p><a href="http://www.style.it/myself.aspx">(Myself, novembre 2011)</a></p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Kate Moss Style ovvero troppo facile con un Lanvin, provateci voi a essere così fighe con addosso una maglietta e una gonna</title>
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		<pubDate>Wed, 30 Nov 2011 15:36:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Simona</dc:creator>
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		<description><![CDATA[È uscito un libro. Si intitola Kate Moss Style, pubblicato da Tea Libri e già si capisce di che cosa parla. Io ho scritto la prefazione, ma chissenefrega. Il libro è pazzesco e il merito è tutto di Kate Moss. Ci sono foto di lei giovanissima che gironzola per Camden, lei con Johnny Depp,  lei [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.simonasiri.it/wp-content/uploads/2011/11/johnny_depp_kate_moss_6-thumb-440x627-27252.jpg"><img class="aligncenter size-medium wp-image-1029" title="johnny_depp_kate_moss_6-thumb-440x627-27252" src="http://www.simonasiri.it/wp-content/uploads/2011/11/johnny_depp_kate_moss_6-thumb-440x627-27252-210x300.jpg" alt="" width="210" height="300" /></a></p>
<p>È uscito un libro. Si intitola <a href="http://www.tealibri.it/scheda.asp?idlibro=5006">Kate Moss Style</a>, pubblicato da Tea Libri e già si capisce di che cosa parla. Io ho scritto la prefazione, ma chissenefrega. Il libro è pazzesco e il merito è tutto di Kate Moss. Ci sono foto di lei giovanissima che gironzola per Camden, lei <a href="http://img.dailymail.co.uk/i/pix/2007/10_04/MossDeppDM2910_468x980.jpg">con Johnny Depp</a>,  lei <a href="http://cache2.allpostersimages.com/p/LRG/37/3799/K8XIF00Z/poster/model-kate-moss-and-boyfriend-photographer-mario-sorrenti.jpg">con Mario Sorrenti</a>, <a href="http://www.life.com/celebrity-pictures/78876422/51st-cannes-film-festival">lei con Claudia Schiffer</a> a Cannes dove la seconda sembra la zia campagnola della prima, lei a Glastonbury (sì, anche quella <a href="http://www.virginmedia.com/music/pictures/glastonbury2005/pix/08_main.jpg">con il vestito dorato</a> e gli stivaloni, quella che definisce un&#8217;epoca almeno quanto Bianca Jagger sposa in smoking bianco),  <a href="http://1.bp.blogspot.com/_v_mguyoLK84/TUw9s_k-QmI/AAAAAAAACZE/sVonLNZBc8s/s1600/55652_celebrity_paradise.com_TheElder_KateMoss2011_02_02_attheRitzHotel42_122_39lo.jpg">lei in giro per Parigi</a>, lei <a href="http://2.bp.blogspot.com/_xIf2bgdLZq8/TJjFPSyOvII/AAAAAAAAJ9c/YAxYnd-UM04/s640/Kate-Moss-In-Leather-Alexander-McQueen's-Memorial.jpg">alla messa funebre per McQueen</a>, lei <a href="http://blog.eveallure.com/wp-content/uploads/2011/07/kate-moss-wedding-dress-2.jpg">vestita da sposa</a>. Le foto sono quasi tutte paparazzate, poche foto pubblicitarie, quasi nessuna copertina delle centinaia che ha fatto, perché la vera forza di Kate sta lì: nel rimanere la più straordinariamente figa di tutte quando cammina per strada, spettinata, ubriaca, alle 3 del mattino, col trucco un po&#8217; sfatto, che essere fighe sulle cover son capaci tutte (che poi è il concetto della prefazione quindi visto? potete anche non leggerla, passate subito alle foto). Comunque, le foto sono tantissime e pazzesche, alcune straviste altre del tutto nuove persino per me che ne ho il computer pieno, figurarsi per le persone normali. Sono così tante le foto che sceglierne una è quasi impossibile. Ci ho pensato, ma è davvero difficile. Alla fine, se proprio devo, ho deciso di scegliere questa che vedete qui, perchè penso che sia quella che meglio riassume il concetto di cui sopra: con un Lanvin è troppo facile, ma provateci voi a essere così incredibilmente strafighe con addosso una maglietta e una gonna nera.</p>
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		<title>Quella volta in cui incontrai Peter Gabriel e lui mi raccontò del padre centenario</title>
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		<pubDate>Mon, 10 Oct 2011 12:32:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Simona</dc:creator>
				<category><![CDATA[carta stampata]]></category>
		<category><![CDATA[it's only rock'n'roll and we like it]]></category>

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		<description><![CDATA[Se un illustratore volesse raffigurare Peter Gabriel come un fumetto, dovrebbe partire dalla barba. È la cosa che più lo caratterizza. Anche gli occhi, certo, e quelle sopracciglia che sembrano disegnate a matita, ma il pizzetto bianco di più. È anche la prima cosa su cui ti cade l’occhio quando lo incontri, nel mio caso [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.simonasiri.it/wp-content/uploads/2011/10/peter-gabriel-the-filter.jpg"><img class="aligncenter size-medium wp-image-1024" title="peter-gabriel-the-filter" src="http://www.simonasiri.it/wp-content/uploads/2011/10/peter-gabriel-the-filter-300x225.jpg" alt="" width="300" height="225" /></a></p>
<p>Se un illustratore volesse raffigurare Peter Gabriel come un fumetto, dovrebbe partire dalla barba. È la cosa che più lo caratterizza. Anche gli occhi, certo, e quelle sopracciglia che sembrano disegnate a matita, ma il pizzetto bianco di più. È anche la prima cosa su cui ti cade l’occhio quando lo incontri, nel mio caso un pomeriggio di fine estate, a Londra, negli uffici della Emi, un gran bell’edificio colorato, con l’ascensore interno trasparente che porta i dipendenti su e giù come nei film, mente video dei Beatles vanno in loop su ogni schermo possibile. All’ultimo piano, nella sala riunioni, lui è lì: un omone di 61 anni seduto davanti a un piatto di frutta. La sera prima avevo visto questo stesso omone sul grande schermo, addirittura in 3D, in un cinema di Leicester Square. Il film si intitola <em>Peter Gabriel: New Blood Live in London</em> ed è la registrazione del concerto tenuto a marzo all’Hammersmith Apollo in cui mette in scena (dire canta è riduttivo) sia brani da <em>Scratch my back</em> – album di cover uscito nel 2009 – sia le vecchie canzoni riarrangiate per essere accompagnate da un’orchestra di 46 elementi che compongono <em>New Blood,</em> il suo ultimo lavoro.  Mentre sullo schermo passavano brani come <em>Solsbury Hill</em> &#8211; il primo singolo composto dopo aver lasciato i Genesis, nel 1977 &#8211; o <em>Intruder</em> e <em>Rhythm of the heat</em>, mi ero guardata intorno per capire l’età media del pubblico in sala: piuttosto alta.  Quando glielo dico, la mattina dopo, Gabriel si mette a ridere. Poi mi spiega che cosa ha significato tornare a cantare canzoni a più di 30 anni di distanza da quando erano state originariamente scritte: “ è stato come aprire una specie di scrigno delle meraviglie”. Ecco, <em>New Blood</em> come un forziere rimasto chiuso per tanto tempo. Bella immagine. Soprattutto, un’immagine che evoca quello che c’è dentro, ma che rimanda anche a quello che è rimasto fuori. E non è poco. <em>Sledgehammer</em>, ad esempio, che è probabilmente il suo maggior successo commerciale. Ma anche <em>Big Time</em> e <em>Biko</em>. <em>Don’t give up</em>, il duetto cantato allora con Kate Bush e qui con la norvegese Ane Brun, invece c’è.</p>
<p><strong>Il video fatto solo di un lunghissimo piano sequenza di lei e Kate Bush abbracciati è uno di quelli che ci ha segnato l’adolescenza, lo sa vero? </strong></p>
<p>“C’era anche un altro video, più esplicito riguardo al tema della canzone, che è poi la disoccupazione. Immagini della grande depressione, cose così. Chissà perché tutti si ricordano quello con l’abbraccio”.</p>
<p><strong>Non so in termini di vendite, ma in Italia <em>Don’t give up</em> fu un successo clamoroso, con continui passaggi radiofonici e televisivi. </strong></p>
<p>“Sì, fu un grande successo. Negli anni l’hanno cantata in molti: Alicia Keys e Bono, Willie Nelson e Sinéad O’Connor. Anche Lady Gaga ne ha fatto una sua versione”.</p>
<p><strong>E com’è? L’ha sentita?</strong></p>
<p>“Forse meno emotiva, ma comunque interessante, niente male”.</p>
<p><strong>Lei è stato uno dei primi a presentarsi sul palco travestito nei modi più assurdi: piume di struzzo, ali di pipistrello, il trucco da scimmia.  Che effetto le fa una come Gaga?</strong></p>
<p>“Non l’ho mai vista dal vivo, ma credo sia un’ottima musicista, con una grande voce e una straordinaria abilità nel gestire i media. Certo, i suoi spettacoli a me sembrano artificiosi, ma probabilmente all’epoca anche le cose che facevo io avevano lo stesso effetto sul pubblico”.</p>
<p><strong>Ma perché ad un certo punto lei decise di presentarsi sul palco travestito?</strong></p>
<p>“Due motivi. Primo, le canzoni erano molto complicate, la gente non riusciva a seguire bene i testi: il costume aiutava a seguire la storia. L’altro motivo è molto meno artistico: all’inizio, con i Genesis, le chitarre con cui suonavamo erano sempre scordate. Questo significava che dopo ogni singolo pezzo dovevamo fermarci per riaccordarle, creando dei tempi morti niosissimi tra una canzone e l’altra, tempi morti che pensai di riempire con quel tipo di intrattenimento”.</p>
<p><strong>Il primo costume se lo ricorda ancora?</strong></p>
<p>“Fu per l’album <em>Foxtrot: </em>in copertina<em> </em>c’era l’immagine di una volpe vestita di rosso. Al primo concerto, a Dublino, pensai: ok, adesso devo uscire sul palco vestito da volpe. Mia moglie aveva un abito rosso, un Ossie Clark. Indossai quello. Ricordo ancora la reazione del pubblico: erano scioccati. Lo so che sembra ridicolo raccontarlo adesso, eppure fu così”.</p>
<p><strong>Prima, parlando di <em>New Blood</em>, l’ha descritto come uno scrigno, riaperto dopo tanto tempo. Vuol dire che in questi anni non ha mai riascoltato le sue vecchie canzoni?</strong></p>
<p>“No, non lo faccio mai”.</p>
<p><strong>E ricantarle adesso che effetto le fa? <em>Solsbury Hill, </em>ad esempio: il primo singolo da solista, dopo aver lasciato i Genesis. Ha ancora quel significato particolare, di libertà ritrovata?</strong></p>
<p>“Non più tanto. Adesso è solo una canzone allegra con cui mi piace finire i concerti. Mi diverto a cantarla, ma non penso molto alla storia che c’è dietro”.</p>
<p><strong>Vale anche per <em>Digging the dirt</em>? Ricordo ancora il video, in cui lei veniva sepolto vivo: un periodo molto meno felice, immagino.</strong></p>
<p>“Decisamente. Avevo un sacco di problemi a stavo appena cominciando a guardare dentro me stesso, con la psicoterapia”.</p>
<p><strong>Ed è servita, la terapia?</strong></p>
<p>“Moltissimo. Ho fatti tre anni di terapia di coppia con la mia ex moglie e poi tre anni da solo, in un gruppo. All’inizio detestavo l’idea di fare terapia di gruppo, ma poi è stata la cosa migliore che abbia mai fatto: quando sei in mezzo agli altri non puoi raccontare palle, né svignartela”.</p>
<p><strong>È stato coraggioso. Voglio dire, non deve essere stato facile, lei era già un personaggio pubblico in quegli anni…</strong></p>
<p>“Mi sono fidato delle persone che erano con me. E ho avuto ragione. Nessuno ha mai raccontato alcunché ai giornali”.</p>
<p><strong>Da come racconta le cose, anche le più private, sembra una persona senza rimpianti. È così?</strong></p>
<p>“Non sono uno che guarda indietro e non sono un nostalgico. In questo sono figlio di mio padre”.</p>
<p><strong>Perché, che tipo era suo padre?</strong></p>
<p>“Era un ingegnere elettrico, faceva l’inventore. È stato il primo a creare una specie di televisione via cavo che funzionava secondo i criteri della pay per view. Solo che l’ha fatto nel 1972, quando l’idea di pagare per qualcosa che avevi gratis sembrava assurda. In realtà era troppo avanti per i suoi tempi. Sono cresciuto così, guardando lui battersi per il futuro. E sa una cosa? Mio padre è ancora vivo: ha 99 anni. Se tutto va bene ad aprile ne compie 100”.</p>
<p><strong>Be’ complimenti. In famiglia avete un ottimo patrimonio genetico.</strong></p>
<p>“Credo che molto abbia fatto lo stile di vita: mio padre fa yoga ininterrottamente da 50 anni. Mi ricordo quando tornava dal lavoro e stava per mezz’ora nel prato davanti a casa, a testa in giù, nella posizione della candela. Per dove abitavamo noi, in periferia, era considerato un tipo alquanto stravagante”.</p>
<p><strong>Immagino che 50 anni fa non fossero molti gli uomini che si dedicavano allo yoga.</strong></p>
<p>“Esatto. Forse è quello il suo segreto: essere circondato da donne. Adesso, poi, quando va a lezione, sono ovviamene tutte più giovani di lui. È l’uomo più felice del mondo”.</p>
<p><strong>Le piacerebbe vivere fino a 100 anni come suo padre?</strong></p>
<p>“Se potessi mantenere una vita attiva sì. Purtroppo non sono disciplinato come lui. Ho smesso yoga anni fa, quando sono nati i miei due figli più piccoli. Di recente però ho ricominciato: stavo giocando a ping pong e mi sono stirato un muscolo del braccio. L’ho preso come un segnale: è il mio corpo che lo vuole e io ho il dovere di dargli ascolto”.</p>
<p><strong> Il giorno in cui dovesse ritirarsi dalle scene, cosa le mancherebbe di più? </strong></p>
<p><strong></strong>“Comporre e cantare canzoni. Anche quando sono in vacanza, quello che sogno è un piano, non un palco”.</p>
<p>(<a href="http://www.gqitalia.it/show/musica/2011/10/peter-gabriel-nuovo-disco-new-blood-intervista-esclusiva-su-gq-ottobre-2011">GQ, ottobre 2011)</a></p>
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		<title>Quella volta in cui incontrai Tony Bennett e lui mi parlò (anche) di Amy</title>
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		<pubDate>Wed, 14 Sep 2011 08:39:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Simona</dc:creator>
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		<description><![CDATA[«Certo che qualche vip tra il pubblico ci farebbe comodo. Potremmo chiedere a Paul». «Ottima idea. Mando subito una mail». Le due publicist &#8211; la mora e la bruna &#8211; sono sedute una di fronte all’altra e picchiettano sui tasti dei rispettivi computer con un’efficienza degna delle segretarie di Mad Men. Nel tavolo a fianco [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.simonasiri.it/wp-content/uploads/2011/09/Tony-and-Amy_532_1375668a.jpg"><img class="aligncenter size-medium wp-image-1021" title="Tony-and-Amy_532_1375668a" src="http://www.simonasiri.it/wp-content/uploads/2011/09/Tony-and-Amy_532_1375668a-300x180.jpg" alt="" width="300" height="180" /></a></p>
<p>«Certo che qualche vip tra il pubblico ci farebbe comodo. Potremmo chiedere a Paul». «Ottima idea. Mando subito una mail». Le due publicist &#8211; la mora e la bruna &#8211; sono sedute una di fronte all’altra e picchiettano sui tasti dei rispettivi computer con un’efficienza degna delle segretarie di Mad Men. Nel tavolo a fianco è seduta un’altra bionda. Sta smanettando sul Blackberry. È bionda di quella bionditudine tipicamente americana grazie alla quale è impossibile definire con precisione l’età anagrafica: potrebbe avere 40 anni portati male o 55 portati splendidamente. Senza alzare lo sguardo dice: «Il giornalista del Guardian vuole la lista dei suoi cinque duetti preferiti». E poi, rivolta a me: «Scusa, siamo leggermente in ritardo. Non ti dispiace aspettare, vero?». Non faccio in tempo a rispondere che no, figurarsi, è un onore, sono pur sempre qui per incontrare una leggenda e con tutto il tempo che ho buttato nell’attesa di due virgolettati in croce da parte di gente di cui dopo neanche un anno nessuno si ricordava più il nome si immagini se mi disturba aspettare cinque minuti uno che ha fatto la storia della musica, insomma non faccio in tempo a rispondere questo che la porta della stanza si apre. La bionda numero uno e la bruna accennano un applauso scherzoso. «Bravo, bravo. Dai, che hai quasi finito». Poi, rivolte a me: «Tredici interviste. E senza neanche la pausa per il pranzo». Poi, rivolte a lui: «Il meglio te lo abbiamo lasciato per ultimo: Simona è italiana». Stendo la mano destra, ma lui mi prende anche la sinistra e con tutte e due le mie mani dentro le sue le avvicina al viso in un gesto a metà tra un baciamano galante e un saluto tra protagonisti dei Sopranos. Poi dice “buongiorno!” con l’enfasi tipica che hanno gli italoamericani quando incontrano uno di noi. Facciamo per accomodarci nell’altra stanza quando la bionda numero due – da qui in avanti identificata come la moglie &#8211; gli si avvicina e lo bacia sulla guancia: «Honey, il giornalista del Guardian vuole sapere quali sono i tuoi cinque cantanti preferiti tra quelli con cui hai duettato». Lui si siede e inizia la lista: «Frank, Judy, Ella… ». Benvenuti nel mondo di <strong>Tony Bennett</strong>, un mondo dove non c’è neanche bisogno di usare i cognomi.</p>
<p>Tony Bennett li ha visti tutti, li ha conosciuti tutti, ha cantato con tutti. Solo che, a differenza di quegli altri tutti, ormai scomparsi, lui è ancora qua a raccontarlo, a 85 anni famoso e di successo quanto prima, se non di più. «Di me hanno scritto che ho rotto le barriere tra le diverse generazioni: è una delle cose che mi rende più orgoglioso», dice spingendo sulla modestia. La realtà è che le ha polverizzate: negli ultimi dieci anni ha suonato a Glastonbury, è diventato un personaggio dei Simpson, è apparso su MTV almeno quanto Madonna, ha cantato con chiunque, da kd lang a Queen Latifah, da Stevie Wonder a George Michael fino a Nora Jones, John Mayer, Mariah Carey. Nomi, questi ultimi, che compaiono nel secondo disco di duetti in uscita il 23 settembre (il primo, tre anni fa, vendette un milione e mezzo di copie solo negli Usa) e che contiene anche <em><a href="http://www.youtube.com/watch?v=F9BZLTuYMXI">Body and sou</a>l</em>, il brano cantato insieme ad Amy Winehouse, ad oggi l’ultima cosa incisa dalla cantante inglese prima della sua morte, il 23 luglio scorso. «È arrivata in studio accompagnata dal padre, stava bene, ma era molto nervosa», ricorda Bennett. «Allora le ho detto che la sua voce mi ricordava quella di Dinah Washington e si è subito rilassata». Poche ore prima che questa intervista abbia luogo arriva anche la notizia di un duetto con <a href="http://www.youtube.com/watch?v=hs8kyN-gous&amp;feature=related">Lady Gaga</a>, definita da lui come “la nuova Elvis Presley”. Bennett si dice felicissimo: non credeva che avrebbe accettato, impegnata com’è, ma quando lui gliel’ha chiesto lei ha risposto che per Tony avrebbe fatto qualunque cosa. Felice è una parola che ricorre spesso nei discorsi di Bennett, insieme alle lodi e agli apprezzamenti per colleghi di ogni tipo. Oltre a un uso costante del name dropping, l’altra sua caratteristica è il non parlare mai male di nessuno, neanche per sbaglio, neanche se provi a mettergli in bocca le parole. Neanche quando si parla di Sinatra. Correzione: soprattutto quando si parla di Sinatra. Tra i due ci sono dieci anni di differenza. Quando, nel 1950, Bennett incide il suo primo disco con la Columbia Records, Sinatra è già «il più grande di tutti. E anche la persona a cui devo di più: mi ha sempre sostenuto, ad ogni suo concerto diceva al pubblico che ero il suo preferito, fino a scrivere, nella sua autobiografia pubblicata su Life Magazine, che ero il cantante più bravo che ci fosse in circolazione. Quelle sue parole mi hanno cambiato la vita: da un giorno all’altro tutti quelli che compravano i suoi dischi e lo andavano a sentire dal vivo hanno cominciato a venire a sentire anche me e a comprare i miei dischi. Il giorno prima cantavo in sale mezze vuote, il giorno dopo ovunque andassi era sold out. Sinatra mi ha regalato il suo pubblico. Non me lo dimenticherò mai».</p>
<p>Nato a New York da una famiglia di napoletani che non lo faceva parlare italiano «perché all’epoca se riconoscevano che eri figlio di immigrati non ti facevano lavorare», Tony Bennett eredita l’amore per la musica dal padre («Metteva su i dischi di Caruso e io e mio fratello cantavamo: avesse sentito che voce aveva mio fratello!»). A tredici anni, dopo aver visto Bing Crosby, capisce di voler diventare un professionista. Nel frattempo continua a studiare arte e pittura, attività che pratica ancora adesso con un certo successo (i suoi quadri sono quotati intorno ai 50 mila dollari l’uno). Tanta gavetta, la guerra, il fronte in Germania, il ritorno negli Usa, i riconoscimenti nei teatri minori, il primo successo con <em>Boulevard of broken dreams</em>. Fino al trionfo planetario con <em>I left my heart in San Francisco</em> e alla consacrazione grazie alle parole di Sinatra. «Eravamo amici sì, ma non è che ci frequentassimo molto. Però tutte le volte che passava da New York mi chiamava e mi invitava a salire sul palco con lui ». A differenza di Dean Martin («persona meravigliosa, un caro amico») o, ad esempio, Judy Garland («le ho voluto molto bene»), Bennett non ha mai fatto parte del rat pack. Gli chiedo se ne abbia sofferto, se si sia mai sentito escluso, se lo abbia mai colto il sospetto che Sinatra si potesse permettere di essere così complimentoso con lui perché, in fondo, non lo percepiva come un pericolo, come uno al suo stesso livello. «Ma Frank era il numero uno. Io non ho mai avuto quell’ambizione. Volevo essere tra i più bravi, non il più bravo, perché quando arrivi in cima, be’ a quel punto c’è sempre qualcuno pronto a farti cadere. Pensi alla fine che hanno fatto Marilyn e Elvis. Diventare una star non è mai stata roba per me. Sa cosa mi disse il mio caro amico Cary Grant? “Non hai idea di quanto sia noioso fare film. Lascia stare, il tuo lavoro è molto più divertente”». Insisto: forse avevate stili di vita diversi. Voglio dire: loro erano i cattivi ragazzi, alcool donne, droga.  Lei? «Ho avuto il mio periodo, ma quando ho capito che la droga mi avrebbe rovinato la carriera ho smesso, da un giorno all’altro. È quello che avrei voluto far capire a Amy (Winehouse,ndr). E poi io ho sempre dipinto e per dipingere c’è bisogno di solitudine. Sa come si dice? La vita è corta, ma l’arte è lunga». Poi si affretta a ribadire quanto fossero tutti brave persone, quelli del rat pack e all’obiezione sul fatto che Sinatra fosse universalmente riconosciuto come uno stronzo, allarga le braccia come a dire «lo so, ma io questa cosa non la dirò mai». È così diplomatico che potrebbe buttarsi in politica. «Me l’hanno chiesto più volte, e se mi candidassi a sindaco di San Francisco vincerei facilmente. Il giornalista tedesco che mi ha intervistato prima di lei ha detto che in Germania c’è un artista di 107 anni che ancora si esibisce: ecco, io voglio diventare come lui, la politica la lascio ad altri». Si ritorna a Sinatra e al miglior consiglio che gli abbia mai dato. «Per conquistare il pubblico devi trattarlo come un amico, non un nemico. Solo così riuscirai a sedurlo». Pensandoci funziona così anche in politica. «Ho conosciuto tutti i presidenti, tutti. Mi piacevano molto Clinton e la moglie, Hillary. Certo, lui si è fatto prendere un po’ dalla vita da rockstar, ma so per certo che se ne è pentito, e molto. Vede, il problema dei politici è che non possono mentire: se lo fanno la gente se ne accorge subito». Gli chiedo cosa sa di Berlusconi e dei suoi scandali. Soprattutto, lo sa che Berlusconi ha un passato da crooner sulle navi da crociera? Ride. «Sì, sì, lo so. Be’ se continua così, mi sa che dovrà tornare a cantare sulle navi».  La publicist bruna entra nella stanza. Tempo finito. Ci sono da definire dei dettagli riguardo al concerto che Bennett terrà al Palladium di Londra il 3 di ottobre, 35 anni dopo l’ultima volta. «È stato Cary (Grant, ovviamente, ndr) a insistere perché cantassi qui. “Devi fare il Palladium, devi fare il Palladium”, mi diceva».  I dettagli da definire riguardano la lista degli ospiti vip. Realizzo solo ora che il Paul di cui la bionda e la mora parlavano all’inizio è McCartney. Scema io a non averlo capito. Bennett mi stringe la mano, si alza dalla sedia e dice: «Sa, ci sarà anche La Regina». Tiro un sospiro di sollievo. L’ha chiamata “The Queen” e non, semplicemente, Elisabetta.</p>
<p>(<a href="http://www.gqitalia.it/">GQ</a>, ottobre 2011)</p>
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		<title>VV ovvero Vanity Venezia</title>
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		<pubDate>Wed, 07 Sep 2011 20:27:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Simona</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>In occasione del festival di Venezia questo blog si trasferisce temporaneamente <a href="http://venezialive.vanityfair.it/author/simonasiri/">qui</a>. Dal 10 settembre ripresa delle trasmissione e dei post regolari, più di prima, meglio di prima.</p>
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		<title>Il mio voto spiegato a un bambino</title>
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		<pubDate>Mon, 30 May 2011 22:35:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Simona</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Antefatto. Ero a Boston da due giorni quando l’assicurazione sanitaria obbligatoria che mi avevano imposto al MIT mi chiese di scegliere un medico di riferimento. Alla signorina che mi illustrava la procedura domandai: “Scusi, e come faccio a decidere?”. La signorina tirò fuori un librone, anzi un book vero e proprio dove, per ogni singolo medico, veniva indicato curriculum universitario, pubblicazioni scientifiche, hobby e, ovviamente, la fotografia. Scelsi in base a quella. E scelsi un medico donna di colore, l’unica (Boston non è esattamente una città nera e men che meno il MIT è un’università popolata da studenti di colore, anzi). Comunque, scelsi il medico donna di colore e mi sentii molto orgogliosa di vivere – anche solo temporaneamente – in una società e in una città che aveva dato a una che apparteneva a una minoranza la possibilità di diventare medico e a me la possibilità di sceglierla. Da allora sono passati più di dieci anni e che in quel paese adesso ci sia un Presidente con la pelle nera e che ha studiato proprio a Boston è cosa nota. Due giorni fa ho traslocato e come tutti quelli che devono traslocare e vogliono risparmiare un po’ di soldi ho chiesto agli amici se conoscessero qualcuno di economico e capace a cui affidarmi. Le risposte sono state molte: chi mi ha consigliato il suo tuttofare di fiducia ucraino, chi un gruppo di peruviani veloci e bravissimi, chi il tizio egiziano che lavora insieme ai cugini e che se vuoi ti dà anche il bianco alla casa. Nessuno mi ha consigliato un trasfocatore di Varese o un imbianchino di Bergamo o un idraulico di Pavia. Sempre due giorni fa ho deciso di fare l’ennesima visita al piede, quello che mi sono rotta ad agosto e che non è ancora a posto. Il responso della dottoressa è stato: hai bisogno di un osteopata. Anche qui, come per il trasloco, ho chiesto consiglio agli amici. Le risposte sono state molte: chi mi ha consigliato il suo agopuntore santone con studio in Brera, chi mi ha consigliato il giovane osteopata milanese in carriera con studio in zona Fiera, chi mi ha suggerito l’osteopata dei calciatori che riceve in Porta Romana. Nessuno mi ha consigliato – e d’altronde non avrebbe potuto, visto che probabilmente non esistono – un osteopata egiziano, un ortopedico rumeno, un agopuntore africano. Tutto questo per dire che ieri mattina, andando a votare dopo l’appuntamento con l’imbianchino peruviano e prima di quello con l’agopuntore brianzolo, ho pensato: “non sarebbe meraviglioso vivere in una città dove ci fossero anche imbianchini brianzoli e medici peruviani?”.  Sono entrata in cabina e ho messo una croce sul nome di Pisapia.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Yes, we Cannes/vogliamo la favola</title>
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		<pubDate>Mon, 16 May 2011 17:27:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Simona</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><a href="http://www.simonasiri.it/wp-content/uploads/2011/05/bradangie.jpg"><img class="size-medium wp-image-1005 aligncenter" title="bradangie" src="http://www.simonasiri.it/wp-content/uploads/2011/05/bradangie-300x220.jpg" alt="" width="300" height="220" /></a></p>
<p>Non c&#8217;è niente da fare. Sono i più bravi. Se qualcuno ha in mente di riscrivere un manuale di divismo bisogna che aggiunga assolutamente la scena a cui abbiamo appena assistito qui a Cannes, perché è veramente materiale di studio. È successo durante la montée de marches del nuovo film di Terrence Malick &#8211; <a href="http://www.imdb.com/title/tt0478304/">L&#8217;albero della vita</a> &#8211; protagonista Brad Pitt, Sean Penn e Jessica Chastain. Come giusto che fosse, Brad Pitt è arrivato insieme al cast e con loro ha fatto la montèe ovvero con loro ha percorso il tappeto rosso, si è fatto fotografare dai fotografi, ha fatto gli scalini e ha salutato i fan. Angelina Jolie si è messa da parte, come una brava moglie, come una che sa che quello non è il suo momento, è il momento del film, è il momento di Brad (che è anche produttore, oltre che protagonista) e per non rubare la scena è rimasta ai pedi della scalinata, a lato, in disparte. Solo che lei è Angelina Jolie e lui è Brad Pitt e sono la coppia che insieme sta ridefinendo non solo il concetto di divismo, ma anche quello di famiglia, se vogliamo (e forse non è un caso che Brad ci tenesse così tanto a questo film dove interpreta un padre di tre figli maschi). Comunque, siccome sono appunto Angelina Jolie e Brad Pitt e sanno che oltre a fare  film rappresentano il sogno e che la gente questo vuole e si aspetta, esattamente come lo voleva e l&#8217;ha avuto da William e Kate (a loro modo anche loro molto consapevoli del ruolo e perfetti con quel doppio bacio sul balcone, le occhiate affettuose, le parole bisbigliate), insomma, siccome qui si è in presenza di professionisti di divismo, appena arrivato in cima alle scale Brad Pit è tornato indietro, è andato a prendere Angelina che era rimasta ai pedi della scalinata e, insieme a lei, ha ripercorso il red carpet, si è fermato nuovamente davanti alla schiera di fotografi, ha rifatto i gradini con lei. Arrivati in cima, i due hanno salutato la folla. Esattamente come William e Kate da quel balcone due settimane fa, Brad e Angelina sapevano e sanno perfettamente cosa tutti noi ci aspettiamo da loro: la favola. E tutte le volte, puntualmente, ce la regalano.</p>
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		<title>Yes, we Cannes/sentiamo cosa dice la questura</title>
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		<pubDate>Sun, 15 May 2011 23:22:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Simona</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Solo per avvertire che tutto questo entusiasmo che riporta <a href="http://www.repubblica.it/spettacoli-e-cultura/2011/05/13/news/moretti_cannes-16179986/">Repubblica </a>circa la reazione al film di Moretti qui a Cannes non è che si respiri, eh. Lo dico per evitare delusioni future.</p>
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