Rispetto a un anno fa il film è cambiato, ma siamo nello stesso albergo, probabilmente nella stessa stanza, quasi con gli stessi compagni di intervista. Esattamente come un anno fa, Woody Allen è in formissima. Esattamente come un anno fa, Woody sta bene, ha voglia di parlare, è divertente, lucidissimo, ha mille idee, fa mille battute, si concede talmente tanto che fosse per lui l’intervista durerebbe due ore invece che solo 30 minuti tanto è vero che la publicist praticamente lo deve portare via di peso. Esattamente come un anno fa, anzi, questa volta ancora di più rispetto a un anno fa, l’unica cosa che ad un certo punto vorresti fare è alzarti e abbracciarlo. Stringerlo forte e dirgli che gli vuoi bene e che lo ringrazi per tutto quello che ha fatto e continua a fare, compreso, alla sua età, avere ancora voglia di parlare di se stesso, di ironizzare sulle sue giornate (“ho una vita noiosissima: vivo in un quartiere circondato da impiegati di banca, mica da rockstar”), sul cinema (“la cosa più importante è la sceneggiatura. è già tutto lì. date una sceneggiatura buona in mano a un regista cane e ne uscirà comunque un film decente”), sull’amore (“ho fatto 42 film e sono uscito con solo due attrici!”). Esattamente come un anno fa, incontrare Woody Allen è uno di quei momenti che – soprattutto in questo circo assurdo che è ormai Cannes – dà finalmente un senso a questo lavoro e te lo fa amare. Per cui grazie, davvero, adorabile vecchietto. Vado ad aggiornare la lista di ragioni per cui ti voglio bene. Ci si vede il prossimo anno, ok?
Un piccolo passo per l’umanità, un grande passo per la Siri. Se non siete mai stati a Cannes non potete capire, ma qui funziona che ci sono tre livelli di accredito: il rosa, per quelli fighi, dal New York Times al Guardian passando per il Corriere, per capirci; il blu, per quelli che non così fighi come il New York Times né mai lo saranno, ma che si sono guadagnati il colore con anni di partecipazione al Festival e con pagine e pagine di articoli; il giallo, il colore della sfiga, degli ultimi arrivati, della stampa di paesi che non contano un cazzo, dei siti web da 30o contatti a settimana, di quelli che scrivono due pezzi all’anno. Siccome l’accesso alle sale avviene in base al tipo di accredito ovvero prima entrano tutti i rosa, poi i blu, poi, se avanzano posti, i gialli, succede che chi appartiene allo sfigatisssimo girone canarino, rischia di farsi ore di coda per poi rimanere fuori dalle proiezioni più attese. A me di aspettare ore e di non riuscire poi ad entrare è successo più di una volta, in condizioni metereologiche di tutti i tipi, da 40 gradi con sole a picco e neanche un briciolo d’ombra a pioggia e vento e niente ombrello. Roba da farti passare la voglia di tornare al Festival. E forse è proprio questo che vogliono gli organizzatori: scremare e fare rimanere solo quelli più motivati, come in Full Metal Jacket. Vabbè, tutto questo per dirvi che stamattina, quando sono andata a ritirare il mio badge e ho scoperto che quest’anno sono finalmente uscita dal girone degli sfigati e che mi toccherà fare sempre la coda, per carità, ma volete metterla farla in compagnia di colleghi australiani e inglesi invece che con il terzo mondo del giornalismo, ecco stamattina mi sono sentita come palla di lardo quando scopre che c’è almeno una cosa che sa fare meglio degli altri: sparare.
Un paio di jeans blu 7 For all man kind. Un paio di jeans neri stracciati di J Brand. Un paio di pantaloni di cotone azzurri comprati non mi ricordo dove che prima erano giusti e adesso mi stanno larghi e quindi mi sono simpatici. Quattro magliette di cotone maniche corte, bianche, di James Perse. Una maglietta di cotone maniche lunghe, nera, di James Perse uguale uguale a quella che aveva Bret Easton Ellis quella volta là. Una felpa a righe bianca e azzurra di Zadig&Voltaire. Un cardigan viola di Marni. Un cardigan blu elettrico di Jil Sander comprato sabato scorso alla svendita e già dotato di un buco gigantesco sotto l’ascella sinistra. Un vestito fucsia a fiori di Marni (sì, è questo) messo due sole volte, la prima l’anno scorso alla festa a Palazzo Marino di Dolce & Gabbana: sì, quella in cui erano tutti vestiti in bianco e nero perché evidentemente così diceva il dress code, peccato però che nessuno mi avesse avvisato. Un tubino nero di Giambattista Valli comprato due anni fa a una svendita e indossato l’anno scorso alla festa dell’AmFar solo grazie agli sforzi della mia amica Clelia che dopo circa venti minuti di tentativi, quando ormai l’unica soluzione sembrava quella di chiamare i pompieri, è riuscita a tirare su la cerniera. Un abito lungo dorato di Alexander McQuuen con il quale l’ho già menato abbastanza e quindi non aggiungo più niente. Un vestito a fiori vintage anni 50 di un tessuto che fa sudare tantissimo. Un vestito di cotone bianco e marrone, monospalla, di marca sconosciuta, ma evidentemente copiato dalla collezione di Prada dell’anno scorso. Un abito viola di Jil Sander comprato a marzo e mai messo e se non l’ho mai messo forse un perché ci sarà, no? Un abito di cotone nero vintage anni 50 comprato a New York secoli fa che nelle intenzioni con cui è stato comprato dovrebbe farmi assomigliare a Dita Von Teese in realtà fa molto più tendenza Olivia con le tette. Un vestitino di seta blu stile impero di Miu Miu messo pochissimo perché quelle poche volte che l’ho fatto mi hanno lasciato il posto a sedere sul tram pensando fossi incinta. Una camicia senza maniche bianca a pois di H&M. Un paio di shorts blu di paillettes sempre di H&M. Cinque paia di mutande di cotone di marche varie e sconosciute. Tre paia di mutande di pizzo – nere, carne, viola – comprate in un negozio di Roma bellissimo di cui non ricordo mai né il nome né la via e devo sempre chiedere, ma che ha la stessa biancheria di uno dei miei negozi preferiti al mondo, Antropologie. Quattro reggiseni senza spalline comprati sempre a Roma e questa volta mi ricordo anche il posto: Treppiedi. Un reggiseno con spalline color carne. Un reggiseno con spalline nero. Due body neri. Un paio di Spanx neri. Una cintura di vernice nera comprata usata non so più dove. Due cinture di Marni gentile omaggio dell’outlet nel giorno in cui ci lasciai un intero stipendio. Un paio di scarpe assurde in tulle nero di Fendi comprate l’anno scorso proprio a Cannes (si accettano scommesse: sarà con queste che mi romperò qualcosa? soprattutto, cosa mi romperò questa volta? menisco? caviglia? femore?). Un paio di sandali di YSL verde scuro comprati a FoxTown pagati tipo 50 euro. Un paio di scarpe di Prada dello scorso inverno mai messe causa piede dolorante. Un paio di zeppe di corda di Rochas che fino a un mese fa non sapevo neanche facesse le scarpe. Un pigiama culotte e canottiera di cotone di H&M. Un completo da notte in pizzo nero da usare solo per le grandi occasioni e quando dico grandi occasioni, caro Jude Law, sto parlando proprio di te. Una pochette nera vintage mezza distrutta. Una pochette nera di Ferragamo regalo di compleanno della mia amica Clelia, sempre lei. Una borsa marrone con catena di Fendi. Una pochette grande rosa di Prada. Un vestito vintage anni 50 da reginetta del ballo comprato a Miami e che ho messo sempre e solo a Cannes. Un vestito di cotone nero di marca sconosciuta. Un paio di sandali di Jimmy Choo che porto tutti gli anni a prendere un po’ di aria di mare, ma che tanto già lo so che non metterò neanche questa volta perché mi fanno male solo a guardarli. Un body azzurro, un accademico a spallina sottile nero, una tuta di lana, un body manica lunga nero, una paio di mezze punte rosa che non si sa mai che non riesca a fare una lezione di danza qui. Ah, e anche due libri: questo, ma soprattutto questo.
Nella stanza dove mi hanno messa ad aspettare Bradley Cooper è in corso una riunione. Le tre persone che lavorano per lui stanno cercando di decidere che cosa sia meglio ordinargli per uno spuntino veloce. A un certo punto vengo addirittura interpellata: «What are cavatelli?». La risposta viene accolta con un «Ohhh» di stupita meraviglia. Alla fine, dopo altri «ohhh» alla comparsa nel menù delle parole “rigatoni” e “zucchine ripiene”, si decide all’unanimità per una caprese e un toast prosciutto e formaggio.
Faccio notare che la scelta è un po’ triste e che forse si poteva osare un po’ di più, ma mi viene detto che Bradley preferisce mangiare poco, più volte al giorno, che ha bisogno di un boccone al massimo tra dieci minuti, di più non può aspettare, e che quindi la caprese essendo di rapida preparazione va benissimo.
Accidenti. Non faccio in tempo ad articolare un pensiero del tipo: «Ecco che cosa succede a diventare l’attore del momento, quello che alcuni giornali già indicano come (l’ennesimo) erede di Cary Grant; quello che piace indistintamente a donne e uomini; quello al quale vengono riconosciuti talento, bellezza, intelligenza; quello che, essendo diventato famoso relativamente tardi, fino a poco tempo fa poteva ancora pensare di rimanere una persona normale, ma che dopo il successo incredibile di Una notte da leoni e quello attuale di Limitless, non può certo più nascondersi dietro alla facciata del ragazzo rimasto umile»… Insomma, non faccio in tempo a formulare questo intricato pensiero, che Bradley sbuca dalla stanza a fianco con il vassoio della caprese in mano. Già vuoto.
«Scusi, dovevo proprio mangiare», dice. E, mentre gli altri escono dalla stanza, mi stringe la mano per poi togliersi un pezzo di mozzarella che era rimasto incastrato tra i denti. Arrivato nei cinema americani il 18 marzo (da noi uscirà il 15 aprile), Limitless ha già incassato più di 70 milioni di dollari. È tanto in assoluto, lo è ancora di più se si pensa che è un film che non rientra in nessun genere specifico (un po’ d’azione, un po’ romantico, un po’ scientifico) e con un protagonista – Cooper, appunto – nemmeno ancora così divo.
È la storia di Eddie Morra, scrittore sfaccendato e del tutto inconcludente, con una fidanzata in carriera (Abbie Cornish) e pochissime prospettive per il futuro. Fino a quando un amico non gli passa una pastiglia di NZT, una nuova droga che permette di far funzionare il cervello, invece che al suo abituale 20 per cento, al 100 per cento. Eddie ne fa buon uso: in tre giorni finisce il libro che aveva in sospeso da anni, studia il giapponese e l’italiano, impara a suonare il piano, diventa un mago della Borsa, guadagna svariati milioni di dollari e si mette in affari con il magnate della finanza Carl Van Loon (un Robert De Niro finalmente di nuovo all’altezza del suo nome).
Un film, soprattutto, in cui il protagonista è inquadrato dal minuto uno fino al minuto 120 e si trasforma, da sfigato perdente con il capello lungo e sporco, a uomo d’affari esteticamente perfetto e vincente, passando da momenti di assoluto iperattivismo (quando è sotto l’effetto della droga) a momenti di totale apatia (quando è in astinenza).
Nella prima parte del film è un mezzo fallito, poi diventa un uomo di successo. Quando si è divertito di più?
«Quando interpreto il vecchio Eddie, non c’è dubbio. Anche il nuovo Eddie è stato divertente, però se dovessi scegliere con chi andare a cena e passare una serata, sceglierei il vecchio, senza dubbio».
E prenderebbe NZT?
«Ovviamente. Perché, lei…».
Be’, la proverei. Non so se ne farei un uso costante.
«Certo, anch’io. Credo che il film abbia successo perché ti fa immaginare come potrebbe funzionare il tuo cervello alla massima potenza. È una cosa che attirerebbe tutti, ma se ci pensa è esattamente l’effetto contrario che si vuole generalmente da una droga. Eddie lo dice, infatti: “Sono concentrato, sono produttivo”. La gente che prende droghe, invece, lo fa per sballare, non per lavorare».
In questo momento il film è primo al box office americano. Se lo aspettava?
«Oh no, assolutamente no. È un risultato pazzesco».
Ha già idea di che cosa l’aspetta dopo questo successo? Voglio dire: praticamente è un punto di svolta…
«Come faccio a rispondere? Non ho idea di quello che succederà. Mi rendo conto che sì, forse qualcosa sarà diverso, ma nell’immediato non mi sembra. Questo lavoro è totalmente imprevedibile, non trova?».
Pensavo che raggiunto un certo livello, una volta che si è sul binario giusto, poi si va dritti.
«Allora diciamo che non sono su quel binario: faccio ancora audizioni e devo lottare per ottenere i ruoli che mi interessano. Anzi, proprio l’altro giorno ne ho perso uno…».
Forse non è il momento giusto per dirglielo: lo sa che io non ho nessun ricordo di lei in “2 single a nozze”, film che l’ha lanciata nel 2005?
«Ha problemi di memoria? Il film se lo ricorda?» (ride molto).
Nessun problema, credo. Cioè il film me lo ricordo: è proprio lei che non ricordo…
«Forse perché ero completamente diverso: ero più grosso, pesavo dieci chili in più. Facevo il ruolo dell’antipatico (Sack, il fidanzato della ragazza di cui si innamora Owen Wilson, ndr)».
Era ingrassato per il ruolo?
«Mi piacerebbe rispondere di sì, ma la verità è che no, ero proprio così».
Non riesco a immaginarla grasso…
«Ma non ho detto che ero grasso. Ho detto che ero più grosso, robusto: il mio collo, per esempio, era enorme. Per A-Team, invece, ho dovuto completamente trasformare il mio corpo di proposito. Quello l’ha visto? Se lo ricorda?».
“A-Team”? No, non l’ho visto. Scusi ma è colpa sua: fa troppi film da maschi, io quelli non li guardo.
«La verità è che non gli piaci abbastanza l’ha visto? E Appuntamento con l’amore?».
Sì, quelli sì. Le commedie romantiche le guardo.
«Ma una vera commedia romantica non l’ho ancora fatta. Mi piacerebbe, però. A meno di non considerare sentimentale il mio ruolo in La verità è che non gli piaci abbastanza: interpreto un marito che tradisce la moglie, non è esattamente il mio ideale di romanticismo».
So che è single. Almeno, così scrivono i giornali (è appena finita la sua storia con Renée Zellweger, la celebre Bridget Jones, ndr). Se la sente di dare una speranza alle donne comuni là fuori o lei frequenta solo attrici?
«Non parlo della mia vita privata».
Le dà fastidio quando scrivono stupidaggini su di lei?
«Se è il prezzo che devo pagare per essere qui, fare questa vita, parlare di un film in cui credo moltissimo, be’, non è così drammatico in fondo. E poi, quello che scrivono i giornali su di me è lusinghiero: magari avessi avuto tutte le donne che mi attribuiscono…».
Quindi quello che scrivono su di lei lo legge?
«Quando esce un film sì, leggo i giornali e guardo che cosa se ne dice sul web. Altrimenti no. All’epoca di Alias – una serie tv, scommetto che lei non l’ha vista – scrissero delle cose orribili: che ero sporco, che il produttore era pazzo a farmi lavorare… cose davvero brutte. La verità è che si diventa immuni: oggi me ne fregherei».
A proposito, sa che cosa ho letto su di lei? Che da piccolo la scambiavano per una femmina. È una sciocchezza pure questa?
«No, è la verità».
Come è possibile?
«Ero bello, biondo e avevo i capelli lunghi».
Be’, mi sembra che lo shock non abbia avuto effetti negativi sulla sua autostima.
«Certo che sì! Odiavo quando mi dicevano che sembravo una bambina. È stato orribile e ce l’avevo con mia madre che mi lasciava i capelli lunghi. Ancora oggi quando me li taglio la chiamo per dirglielo. Anzi, l’ho fatto giusto ieri».
E sua madre come l’ha presa?
«“No, ma che cosa hai fatto, ma che peccato!”: reagisce sempre così. E io: “Mamma, smettila. La cosa più importante non sono i capelli”».
“La cosa più importante non sono i capelli”: potrebbe essere il titolo della sua biografia.
«È vero: è bello. Però temo che la leggerei solo io».
A proposito di sua madre: sbaglio o è italiana?
«Sì, cioè italoamericana. I miei nonni sono nati e cresciuti in Abruzzo».
E che cosa c’è di italiano in lei?
«Tutto: valori, morale, educazione, attaccamento alla famiglia, amore per il cibo. Davvero tutto».
Più del libro Sex di Madonna, quello con le fotografie in bianco e nero di Steven Meisel, soft porno che ha resistito piuttosto male al passare del tempo. Un po’ meno rispetto al video Black Or White di Michael Jackson, quello con la regia di John Landis e la partecipazione straordinaria di Macaulay Culkin e Slash dei Guns’n’Roses. A pari merito con I Will Always Love You di Whitney Houston, colonna sonora di quel pilastro anni Novanta che fu il film La guardia del corpo. Insomma, tra le tante imma- gini che possono degnamente rappresentare quel decennio – insieme alle passerelle di Gianni Versace piene zeppe di Naomi, Helena, Linda, Christy, Claudia e Stephanie – c’è anche la copertina del numero di agosto ’93 di Vanity Fair America. Scattata da Herb Ritts, la foto ritrae una strepitosamente bella Cindy Crawford (allora moglie di Richard Gere: la coppia che più di ogni altra ha spianato la strada al brange- linismo di oggi), che in body nero e stivaletti rade il viso di k.d. lang (sì, tutto minuscolo) seduta su una enorme sedia da barbiere, vestita da uomo gilet, gessato grigio, camicia bianca – la testa mollemente appoggiata sul seno di Cindy. «Be’ sì, l’idea del barbiere è stata mia. L’ho detto a Herb e lui ha pensato di chiamare Cindy». Dall’altra parte del telefono la voce di una delle due protagoniste ricorda quello scatto e tutto ciò che per lei ne seguì, ovvero il passaggio da rispettata musicista country a icona pop internazionale, amica di Madonna, frequentatrice di feste esclusive, paladina delle lesbiche d’America, una categoria che fino ad allora non solo non entrava in classifica, ma ne- anche veniva raffigurata sulle riviste patinate (e no, la stessa Madonna con l’omosessualità ci giocava, però poi si fidanzava con Warren Beatty perché provocare va bene, ma ven- dere è tutto un altro discorso). Diciotto anni dopo quella foto e con un nuovo disco, Sing It Loud – uscita prevista il 12 aprile – k.d. lang parla di quel periodo senza nostalgia, ma con la giusta dose di affetto mista a elaborato distacco. «Musicalmente e creativamente sono stati anni impor- tanti, soprattutto per il pop. Rimpianti? No, assolutamente. Tutto quello che ho fatto è stato parte di un percorso e sono molto orgogliosa di essere sopravissuta per più di 25 anni all’interno dell’industria musicale, passando attraverso generi diversi e senza mai preoccuparmi di possibili barriere di stili o di mercato». Canadese, lang inizia la carriera come cantante country. Il primo grande successo è dell’89: in coppia con Roy Orbison vince il Grammy per la miglior collaborazione country con l’al- bum Crying, seguito nel 1990 da un secondo Grammy, questa volta personale (il disco è Absolute Torch and Twang). Nel 1992 la svolta pop con Ingénue (da cui è tratto il singolo Constant Craving, tuttora il suo più grande successo commerciale), il terzo Grammy (come miglior interprete pop femminile), le copertine, l’amicizia con Madonna, che di lei dice: «Elvis è vivo ed è bellissima». In mezzo, un’intervista rilasciata alla rivista gay The Advocate, in cui dichiarava la sua omosessualità in un’epoca in cui George Michael e Michael Stipe erano ancora ben dentro l’armadio, diventando di fatto la prima grande pop star a fare coming out. «La sessualità è un tema troppo importante e personale», dice rispondendo al dubbio se una simile scelta non possa averla danneggiata, incasellandola nel rischioso ruolo di paladina degli omosessuali. Il risultato è che comunque adesso sono altri a trovarsi la strada spianata. «La sua musica non mi interessa, però quello che sta facendo Lady Gaga per i diritti dei gay è importante. Ne parla tanto, mettendoci la faccia. Lo stesso per Beth Ditto. E anche Ricky Martin: il suo coming out, per quanto tardivo, è comunque una notizia. Certo, lo avesse fatto dieci anni fa sa- rebbe stato più importante, ma non c’è una regola uguale per tutti. Io l’ho fatto quando l’ho sentito giusto per me, senza pensare alle conseguenze ed è lecito che ognuno sia libero di fare ciò che vuole». Lo stesso per la fama: ognuno ci sta dentro per quanto tempo lo ritiene opportuno. O riesce a sopportarlo. «All’inizio della mia carriera ero così piena di energia e di amore per quello che facevo che non pensavo alla musica come ad un vero lavoro. È stato il successo a cambiare tutto. Dopo Ingénue ho dovuto ristabilire delle priorità: per rimettermi in relazione con la musica ho deciso di allontanarmi dal successo com- merciale. Solo così sono stata in grado di recuperare il senso di quello che stavo facendo e procedere in quella direzione, anche se dal punto di vista commerciale forse non è stata la mossa più giusta». Il prezzo da pagare è stato allontanarsi dai riflettori per un po’, colpa anche di un blocco compositivo durato fino al 2008 e interrotto grazie al disco Watershed. «Ora che ho trovato un buon compromesso tra il successo commerciale e le mie esigenze artistiche, scrivere è tornato un processo naturale». Ad esempio per Sing It Loud dice di aver composto a ritmi incredibili, anche tre canzoni a settimana: «Le parole fluivano come non mai e la presenza di nuovo di una band mi ha permesso di dare coeren- za a tutto il progetto». Il risultato è un disco «positivo, felice, senza pretese e che la gente può ascoltare per rilassarsi, magari bevendo un drink». Si potrebbe chiamarla maturità, visto anche che al prossimo compleanno, il 2 novembre, k.d. lang farà 50 anni. «Mi ripeto che è solo un numero, che non è così importante. Anzi: so- no proprio felice di essere arrivata fin qui. Poi, certo, se mi fermo a pensare allora mi prendo la testa tra le ma- ni e mi dico: “Ma cosa mi è saltato in mente di fare un disco rock alla mia età?”».
(D di Repubblica, 10 aprile 2011)
Prendete un attore timido, già di per sé restio a parlare di se stesso e poco amante delle interviste. Fategli interpretare il ruolo di uno dei personaggi più controversi della storia recente italiana. Ora pensate di dover intervistare l’attore di cui sopra. Il risultato non potrà che essere una chiacchierata faticosa, fatta di mezze frasi e di molta cautela, di volontà di non offendere nessuno, di pudore nel commentare eventi e situazioni, di pudicizia anche nel valutare un successo che è evidente, perché basato su una incontrovertibile prova da grande attore. Che è poi ciò che importa davvero, indipendentemente da quello che si pensi del film nel suo insieme o della reazione dei familiari delle vittime che a Venezia, dove il film è stato presentato in anteprima lo scorso settembre, sfociò in una lettera aperta sulla prima pagina del Corriere della Sera. Quello che importa, si diceva, è che Vallanzasca – Gli angeli del male regala un Kim Rossi Stuart strepitoso, la cosa più vicina a Robert De Niro che il cinema italiano abbia prodotto intendendo con ciò la capacità di mettere in atto una trasformazione anche e soprattutto fisica veramente impressionante. Ispirata al libro autobiografico Il fiore del male. Bandito a Milano (scritto da Vallanzasca stesso con l’aiuto del giornalista Carlo Bonini), il film racconta tra rapine, sequestri, droga e omicidi, l’ascesa di Vallanzasca da banditello di provincia a boss indiscusso della banda della Comasina fino al suo assurgere a personaggio di costume, amato dalle donne, sbattuto in prima pagina come un divo del cinema. Il tutto entrando e uscendo dal carcere, tra fughe improbabili e detenzioni al limite della tortura.Un lavoro fisico e totalizzante, ancora di più se si pensa che Rossi Stuart ha contribuito, insieme al regista Michele Placido, alla stesura della sceneggiatura. “A Vallanzasca mi ci sono avvicinato proprio così: in modo razionale, scrivendo” racconta lui, educato e galante come un uomo d’altri tempi. “Solo dopo è arrivato il momento di dedicarsi ad aspetti attoriali più istintivi. Ecco, lì c’è stata una scarica di adrenalina in più”.
Vuol dire che solo in quel momento si è reso conto di quanto sarebbe stato difficile interpretarlo?
“Probabilmente sì. Per me è stato un triplo salto mortale, anche perché il taglio del film è volutamente molto realistico. La tensione e la paura mi hanno aiutato a fare il vuoto intorno a me. Mi sono chiuso a Milano e ho cercato di assorbire quei sapori, aggiungere le sfumature”.
Ha anche frequentato Vallanzasca per prepararsi?
“Sì, ho passato parecchio tempo con lui”.
Cosa c’è di così affascinante nella sua storia? Perché piace e interessa così tanto?
“Lei lo trova affascinante?
Be’ in molte lo hanno trovato. Il fascino che ha esercitato non solo sulle donne è sicuramente uno degli aspetti più interessanti del personaggio.
“Diciamo questo: Vallanzasca non è il male assoluto. Se guardiamo alla storia anche recente dell’Italia ci sono personaggi molto più cattivi di lui. In lui il bene e il male sono una lotta estrema. Questo fa sì che sia un personaggio interessante”.
Secondo lei Vallanzasca è consapevole della differenza tra bene e male?
“Preferirei parlare più del personaggio che della persona. Comunque partendo dal libro questa cosa si evince: il continuo oscillare tra azioni orribili e una sua personale moralità. E’ stato proprio questo il tema, lo stimolo”.
Che cosa le ha dato in più il fatto di conoscerlo?
“Mille cose. Un attore nella ricerca di un personaggio si aggrappa a qualsiasi elemento più o meno razionale che lo cattura, lo interessa, che gli fa scattare la sensazione che quella cosa è espressiva”.
Qual è la cosa che l’ha più colpita di Vallanzasca, la sorpresa più grande?
“Non mi aspettavo una persona così costantemente in contatto con l’ironia”.
Lo scorso settembre, a Venezia, l’associazione dei familiari vittime ha espresso una condanna molto dura nei confronti del film. Cosa ne pensa di queste polemiche?
“Per me un personaggio è interessante quando suscita sentimenti differenti ed è contraddittorio. Non so quanto i parenti possano accettare questa realtà, ma, come ho già detto, Vallanzasca non è il male assoluto. Capisco che non sia possibile spiegarlo o convincere una persona che ha perso un familiare. Non mi sento di condannarli né giudicare le loro proteste”.
Lei ha incontrato qualche familiare delle vittime?
“No. Lo avrei anche fatto, sono sempre esperienze, ma non è il mio ruolo. Però mi ricordo la frase della vedova Schifani, l’agente di scorta morto insieme a Falcone. Rivolta a chi gli aveva ucciso il marito lei disse: “io vi perdono, ma voi dovete cambiare”. Il punto è esattamente questo: Vallanzasca è una persona che ha fatto 40 anni di carcere e tutto quel tempo in carcere cambia chiunque. Dopo 40 anni di carcere c’è solo la pena di morte”.
Credo che uno dei punti sia il fatto che Vallanzasca non ha mai chiesto.
“Non posso entrare in una polemica come questa. Quello che posso dire è che io capisco quando Vallanzasca dice: “chiedere perdono sarebbe un atto di ipocrisia”. Lo capisco, ma capisco anche che un familiare non lo accetti. Il dolore quando è inaccettabile acceca”.
Interpretare un personaggio così dà a un attore la possibilità di mettersi in contatto con il proprio lato oscuro?
“Mah senza fare psicodrammi eccessivi direi di sì: non nego che essere a contatto per un anno con questo tipo di personaggio, be’ non è un’esperienza che ti lascia indifferente. E’ anche il bello di questo mestiere”.
E lei cosa ha capito? Che non avrebbe mai potuto fare il delinquente?
“Non esco mai da un film con una tesi. Con più informazioni però sì. Ad esempio non conoscevo la vita carceraria, mentre dopo averli frequentati ne ho adesso una visione e un giudizio diversi. Rispetto a me stesso non so, non mi viene in mente niente. Interpretare Vallanzasca non mi ha fatto scoprire cose eclatanti su me stesso, se è questo che vuole sapere”.
C’è qualcosa in comune tra i personaggi che ha interpretato ultimamente? Superficialmente si potrebbe pensare che tra Vincenzo Bellini e Vallanzasca ci sia un abisso…
“Forse il filo rosso è in me: sono portato e attratto da personaggi estremi e che cambiano nel corso della loro vita. Mi sento come una lente di ingrandimento per me stesso e per lo spettatore”.
Se dovesse indicare il vero punto di svolta della sua carriera cosa direbbe?
“Il film “Senza pelle” di D’Alatri. E’ stato la chiave di svolta fondamentale. Prima non dico che accettassi tutto, ma quasi. Lavorare con D’Alatri mi ha permesso di poter iniziare a scegliere progetti per il piacere di voler dire qualcosa”.
Il prossimo progetto sarà da attore o regista?
“Credo da regista, sì”.
Perché in questo paese è così difficili raccontare la cronaca recente? In Francia e in America i film sui gangster sono un genere vero e proprio.
“La differenza è che Vallanzasca è ancora vivo”.
PS Questa intervista è stata fatta con un piede ingessato. Il mio, quello dell’intervistatrice, sprofondata tutto il tempo su un divano con le stampelle appoggiate per terra. Alla fine quando tra mille difficoltà faccio per alzarmi, Kim Rossi Stuart mi precede, si alza, prende il mano le stampelle, mi da il braccio e mi aiuta ad alzarmi. Ringrazio. Lui mi guarda e dice: “Anche Vallanzasca lo avrebbe fatto”.
Non ho modo alcuno di provarlo, quindi dovrete credermi sulla fiducia. Sei anni fa un amico molto esperto di cinema e che molto aveva amato il libro di Mordecai Richler La versione di Barney mi disse: “Paul Giamatti non sarebbe niente male nel ruolo del protagonista Barney Panofsky”. Era l’epoca di Sideways, piccolo film miracolo grazie al quale anche i più distratti si accorsero della straordinaria bravura di Paul Giamatti, uno di quelli che non appartengono alla categoria delle star propriamente dette alla Tom Cruise o alla Brad Pitt per capirci, ma che hanno carriere solide, talenti straordinari, la capacità di lasciare il segno in ogni ruolo, anche se tu, spettatore, te ne accorgi solo a posteriori e solo al decimo film cominci a realizzare che quell’attore lì lo hai già visto in almeno due film di Woody Allen (Harry a pezzi, La dea dell’amore), in un colossal come Salvate il soldato Ryan, in una commedia come Big Mama, in un film con Russell Crowe, Cinderella Man – Una ragione per lottare e, appunto, in quel meraviglioso gioiellino che fu Sideways, un Oscar per la migliore sceneggiatura originale e una nomination al Golden Globe per Giamatti grazie al ruolo di Miles, aspirante scrittore cinico e depresso, amante del pinot e ossessionato dal vino in generale. Sei anni dopo Paul Giamatti è protagonista di un ruolo così fatto apposta per lui che l’unica cosa che pensi uscendo dal cinema è che nessun altro avrebbe potuto prestare la propria faccia a Barney Panofsky. Sensazione confermata anche dal fatto di avere appena ricevuto la seconda nomination al Golden Globe come migliore attore protagonista. “Beh ne sono contento” risponde lui al telefono da Londra. “Capisco sia un complimento, ma forse devo iniziare a preoccuparmi: Panofsky non è un tipo particolarmente piacevole”. In teoria ha ragione. In pratica no. Rispetto alla sua versione letteraria, il Barney cinematografico si è molto addolcito. Attraverso tre matrimoni, un periodo da bohemien a Roma, il mistero sulla scomparsa dell’amico Boogie, la vita di Panofsky si caratterizza sì per cinismo e irascibilità, ma anche per ironia e per la straordinaria capacità di rovinare ma in fondo anche rendere più intensa e interessante la propria vita e quella di chi gli sta intorno, soprattutto la terza moglie Miriam, meravigliosamente interpretata da Rosamund Pike, un altro degli aspetti di forza del film: la perfezione di un cast in cui Dustin Hoffman interpreta il padre di Barney, Izzy.
Spiacevolezza a parte, c’è però qualcosa del carattere di Barney Panofsky che sente anche suo? Forse l’ironia?
“Forse sì, anche se la cosa davvero interessante di questo ruolo è proprio che è molto diverso da me e che mi ha permesso comportamenti che io non farei mai: ad esempio telefonare al marito della mia ex moglie nel cuore della notte per insultarlo, come fa Barney nella prima scena del film. Ripeto: io alcune delle cose che fa Barney non le farei mai, ma poterle agire in un film è stato molto liberatorio”.
Allora riformulo: differenze caratteriali a parte, quanto le sta simpatico Barney? Quanto è in empatia con lui?
“Questo sì: ammetto e riconosco che abbia fatto un sacco di cose orribili nella propria vita, ma credo di essere riuscito ad entrare in empatia con lui. La cosa che sicuramente riconosco è che dietro all’ironia e al sarcasmo Barney sia in realtà anche molto romantico, che poi è forse il motivo per cui il pubblico si sia innamorato così tanto prima del libro e adesso sembra del film”.
Lei aveva letto il libro prima di iniziare le riprese?
“No, ho letto direttamente la sceneggiatura, ma ho guardato dei video di Mordecai Richler (l’autore, ndr). Mi hanno aiutato a capire i suoi movimenti, il modo in cui esprimere il sarcasmo”.
Nel film Barney passa dai 30 ai 60 anni. Come attore è stato più difficile ringiovanire o invecchiare?
“Ringiovanire. Per invecchiare ho dovuto usare delle protesi e avere una maschera addosso ti rende comunque meno esposto, meno vulnerabile”.
Parlando di empatia con il personaggio, lei che tipo di attore è? Uno di quelli che durante le riprese non staccano mai e si portano il personaggio anche a casa?
“Quando ero più giovane lo facevo sì. Adesso molto meno. E comunque si tratta solo di cose positive: nel caso di Barney ad esempio è stata la sua energia, la voglia di vivere, una specie di sana pazzia. Ecco, quella l’ho portata sempre con me, durante tutta la lavorazione del film”.
Come mai nonostante le origini italiane non le offrono mai ruoli da italoamericano?
“Non ne ho idea. Quello che so è che una volta durante un’audizione non mi diedero la parte perché non sembravo abbastanza italiano. Dissero proprio così. All’epoca mi arrabbiai molto. Credo che il problema sia l’idea che i produttori americani hanno dell’italiano: per loro è Al Pacino”.
Beh lei in effetti ha più l’aria da intellettuale ebreo che da mafioso.
“Probabilmente è così e credo che la colpa sia anche di Sideways: non c’è scritto da nessuna parte che il personaggio di Miles è ebreo, io stesso non l’ho mai pensato interpretandolo, ma il pubblico l’ha recepito così. Sarà per lo humor: è l’effetto Woody Allen”.
Il primo progetto di un film tratto da La versione di Barney risale a più di dieci anni fa, quando l’autore era ancora vivo. All’epoca si parlava di Dustin Hoffman come protagonista. Alla fine non se ne fece nulla e Hoffman adesso interpreta il padre.
“E’ vero e credo che sarebbe stato perfetto, come d’altra parte è perfetto per il ruolo del padre di Barney: hanno molto in comune, soprattutto la tendenza a dire tutto ciò che passa loro per la mente. Ma sa la cosa più curiosa qual è? Che nel film recita anche il vero figlio di Dustin Hoffman, Jake. Fa la parte di mio figlio”.
Beh un curioso intreccio. Lei ha potuto verificare con i suoi occhi cosa vuol dire essere il vero figlio di Dustin Hoffman proprio mentre recitava la parte del figlio finto.
“Jake è un ragazzo fantastico: Dustin Hoffman come padre ha fatto un ottimo lavoro. Non so se posso dire lo stesso del suo personaggio visto i pasticci che Barney combina nella sua vita. Credo che a Jake sia andata meglio così”.
Si dice anche che Mordecai Richler in alternativa avrebbe voluto Brad Pitt ad interpretare Barney.
“Davvero? Ma deve averlo detto per scherzo. Beh certo, chi non vorrebbe Brad Pitt ad interpretare se stesso?”
A proposito: lei è consapevole che dopo Sideways il pubblico femminile la guarda in modo diverso? Insomma, lei piace alle donne, lo sa vero?
“Uhm suppongo di sì. Cioè in realtà capisco che le donne possano trovare affascinante Barney. Con Miles mi riesce più difficile: lui era veramente poco amabile come personaggio, piuttosto orribile a dirla tutta”.
Da donna posso dirle che ciò che rende entrambi i personaggi affascinanti è che dietro la cattiveria e il cinismo si legge sofferenza, sensibilità, complicazione.
“E alle donne questo piace? Buono a sapersi”.
Oh sì. Siamo creature complicate: le cose semplici non ci interessano.
“In effetti ha ragione. Ed è una cosa di cui mi sono reso conto con l’età. Però è rassicurante sentirlo esprimere da una donna”.
Insomma, meglio lei che Brad Pitt.
“Veramente? Beh questo sì che è davvero confortante, grazie”.
(Grazia, gennaio 2011)
Woody Allen entra nella stanza di buon passo. Stringe la mano ai giornalisti – cinque in totale – e, prima di sedersi, dice guardando negli occhi me e l’altra femmina presente: «Purtroppo sono raffreddato. Mi dispiace, niente baci oggi». Risate generali. Un po’ per la battuta, un po’ per il sollievo di ritrovarlo in splendida forma. È vero affetto: inutile negare che a questo genio buffo vogliamo tutti un gran bene. Ma è anche egoismo di chi ama da sempre il suo cinema e non ha potuto fare a meno di notare come, negli ultimi anni, le sue condizioni di salute siano andate di pari passo con la qualità dei suoi film. Uno su tutti: il disastroso Vicky Cristina Barcelona. All’epoca – era il 2008 – Allen si presentò al Festival del cinema di Cannes in pessime condizioni: stanco, rallentato, affaticato nel fisico, svogliato durante le interviste. In molti (sottoscritta compresa) pensammo al peggio, a un declino ormai irreversibile, confermato da un film deludente. Due anni dopo e con un titolo finalmente all’altezza della sua fama, Incontrerai l’uomo dei tuoi sogni (nelle sale dal 3 dicembre), è una gioia incontrare Woody Allen al traguardo dei 75 anni (li compirà il 1° dicembre e Sky Cinema Mania e MGM lo celebreranno con 10 film). Lui, rilassato e divertito, mette in scena tutto il repertorio: pessimismo, ciniche riflessioni sul senso della vita, battute sul sesso, sulla morte e sui mille, inutili tentativi che noi umani ci ostiniamo a metter in pratica nella vana speranza di allontanarla il più possibile.
“Incontrerai l’uomo dei tuoi sogni” è il suo quarantacinquesimo film da regista. Nel frattempo ne ha già finito un altro, “Midnight in Paris”. Che cosa la spinge a essere ancora così produttivo e a tenere questi ritmi? Non avrebbe voglia di riposarsi un po’?
«Scherza? Io lavoro tantissimo proprio per non avere tempo libero. La mia strategia è di tenermi occupato il più possibile: suono, lavoro, guardo molto sport alla televisione. Qualsiasi cosa pur di non pensare. Se lo facessi, mi sveglierei ogni notte terrorizzato dall’idea che l’universo, prima o poi, finirà. E noi con esso. Se pensassi, non potrei fare a meno di domandarmi quale sia il senso della nostra esistenza, perché viviamo».
Vuole farmi credere che, comunque, lei una risposta al perché viviamo non se l’è ancora data?
«La mia convinzione è che non ci sia un motivo razionale che giustifichi l’esistenza. La nostra vita non è certo superiore a quella di un’ameba: arriviamo su questo pianeta, viviamo per un po’, ce ne andiamo. Eppure, se arriva qualcuno e ti punta una pistola alla tempia, tu lo implori di non ucciderti, combatti, ti ribelli. Però questa non è una decisione guidata dall’intelletto, ma solo la reazione istintiva del corpo, che è programmato per vivere. Non c’è una spiegazione: è così e basta. Se, invece, ti metti a pensare alla fine dell’universo, al giorno in cui tutte le stelle si estingueranno, be’ non è che ci sia molto da capire».
La religione non aiuta a dare risposte?
«Mi piacerebbe poter essere credente, ma la fede non è una cosa che si può imparare. Sono cresciuto in una famiglia molto religiosa e ho sempre pensato che, se avessi potuto credere nell’esistenza di qualcosa enormemente più grande dell’uomo, sarei stato più felice. Da ragazzino guardavo i miei compagni di scuola andare in sinagoga e pensavo a quanto fossero ridicoli. Ma, dentro di me, sapevo che erano molto più felici di me perché loro, almeno, credevano in qualche cosa».
E cosa ci dice della psicoterapia e della scienza? Inutili anch’esse?
«La scienza è utile, ma è limitata. Le donne non muoiono più di parto, l’aids è quasi curabile, i progressi ci sono stati. Però non risponde a domande più profonde. La psicoterapia aiuta, certo, ma, forse, l’unica soluzione è davvero credere in qualcosa di magico. Il problema, però, è che la magia è ridicola. Conosco gente di New York che si rivolge al sensitivo o alla chiromante. È una frode. La religione li ha traditi e così ora ricorrono a quelli che leggono le carte».
Prima parlava del corpo, che è programmato per vivere. Lei era destinato a fare il regista?
«No, ho cominciato perché, in occasione del primo film che scrissi (Ciao Pussycat, ndr), il regista fece un lavoro così pessimo che rovinò la mia sceneggiatura. Il film ebbe successo, ma io lo odiai. Da quel giorno mi sono detto: non farò mai più un film, se non potrò dirigerlo».
Quindi, neanche fare il regista è una soluzione alla domanda sul perché della nostra esistenza…
«Da ragazzo, quando volevo scappare, andavo al cinema. Ora faccio lo stesso, mettendomi dall’altra parte della macchina da presa. Non mi lamento: i miei amici, che fanno gli avvocati o i medici, si alzano tutte le mattine e vanno in ufficio. Io vado sul set, dove trovo Penelope Cruz e il massimo della preoccupazione sono le luci o i costumi. Ma è una fuga, nient’altro».
Il sogno di ogni attore è lavorare con lei. Eppure, non ha la fama di regista tenero. Ci vuole del masochismo per voler fare un film con lei?
«È buffo: gli attori leggono su di me che sono uno che non parla, che sono scontroso, che ho un brutto carattere. Poi, arrivano sul set il primo giorno, trascorrono con me un po’ di ore e vedo che cambiano espressione e pensano: “Ok, nessun pericolo, è innocuo”».
Ma è vero che non fa mai complimenti, che non dice mai che sono stati bravi?
«E perché dovrei? Li ho assunti, li pago, è ovvio che penso che siano bravi. Se fanno qualcosa di sbagliato glielo dico, ma, in genere, li lascio liberi e, soprattutto, non parlo con loro fuori dal set. Non ci vado a pranzo: preferisco che la nostra relazione resti professionale».
Le recensioni le legge? Le interessa sapere cosa scrivono di lei e dei suoi film?
«No, non lo faccio. Se un giorno leggi che sei un genio e quello dopo che sei un cretino, finisce che ti paralizzi e, quando scrivi, lo fai con addosso la paura del giudizio altrui. Io, invece, scrivo, giro il film e poi basta. Archiviato, non lo guardo neanche più».
Un uomo, una donna, l’amore, la difficoltà delle relazioni: è sempre questo ciò che le interessa raccontare nei suoi film, da “Io e Annie” fino a oggi?
«È tutto quello che abbiamo, dai tempi di Sofocle nulla è cambiato. I problemi politici e sociali mutano, migliorano, si evolvono, ma quelli personali sono sempre gli stessi. Dico le stesse cose che raccontava Shakespeare: be’, certo, lui lo faceva meglio di me, ma la sostanza è quella. La cosa più difficile per l’essere umano è ancora trovare qualcuno con cui avere una relazione stabile e che duri tutta la vita».
L’ultima volta che lei ha recitato in un suo film è stato nel 2006, in “Scoop”. Pensa di farlo ancora? O fare l’attore non le interessa più?
«Mi piacerebbe, ma purtroppo sono troppo vecchio. Il mio ruolo è, ormai, quello dell’anziano signore dietro alla macchina da presa. Non sa quanto invidio gli attori, quanto vorrei essere al loro posto: essere io quello che porta a cena le belle donne, le seduce e racconta loro un sacco di balle».
Se potesse farlo, le piacerebbe rinascere?
«No, grazie. Uno non sa mai sotto che forma può ritornare: e se rinasco nazista?».
E se avesse la garanzia di rinascere come Scarlett Johansson?
«Se avessi la garanzia di rinascere dentro la camera da letto di Scarlett Johansson be’, allora, sì».
Quando arrivo davanti alla stanza riservata per l’intervista, Josh Brolin è sdraiato per terra, proprio fuori dalla porta. Lo guardo. Lui alza la testa e con la voce più bella che abbia mai sentito dice: “Ho mal di schiena. Mi sto stirando i muscoli”. Per una frazione di secondo immagino di sdraiarmi per terra, vicino a lui, e di fare così l’intervista. Neanche il tempo di pensarlo che è già in piedi, altissimo, completo blu, camicia bianca, cravatta nera allentata. Ci sono attori che vedi in decine di film nel corso di decine di anni, con carriere altalenanti, belle, ma mai straordinarie. Attori che rischiano di sprofondare in una anonima celebrità, sempre in bilico tra la mediocrità e grandezza. Attori che non esplodono mai veramente, fino a quando arriva il ruolo della vita e loro – siccome sono bravi davvero e sono soprattutto allenati alla gavetta – si fanno trovare pronti. Brolin è uno di questi, con la differenza che di ruoli della vita a lui ne stanno capitando uno dietro l’altro. Il primo è stato il George W Bush di W, film di Oliver Stone sull’ex presidente americano: impressionante per somiglianza e bravura. Poi c’è stato Milk, diretto da Gus Van Sant: altra straordinaria prova nella parte del politico conservatore Dan White. Ora è la volta di Roy, uno dei protagonisti del nuovo Woody Allen, Incontrerai l’uomo della tua vita, film corale dove le storie di due anziani coniugi (Anthony Hopkins e Gemma Jones) si incrociano con quelle di una coppia più giovane formata dalla figlia Sally (Naomi Watts) e del marito Roy. Un personaggio, quest’ultimo, a dire poco negativo: scrittore con un solo libro all’attivo, Roy passa le giornate lamentandosi del mondo, colpevole, secondo lui, di non riconoscergli la grandezza che pensa di meritare. Incastrato in un matrimonio stanco, finisce per lasciare Sally, si fidanza con la giovane ed esotica vicina di casa (Freida Pinto) e ritrova il successo, a prezzo però di un reato più grave della sua stessa inettitudine: far passare per suo il manoscritto di un amico finito in coma. “Devo ammettere che quando ho ricevuto la sceneggiatura mi sono preoccupato: “Perché proprio io? Oddio non è che Woody vede qualche analogia tra Roy e me?”, racconta e mentre lo fa è impossibile non notare quanto dal vivo sia più bello rispetto al Roy visto sullo schermo, decisamente imbruttito e appesantito. “Appesantito? Diciamo la verità: sono grasso, faccio schifo, ma è così che io e Woody lo volevamo. Roy è solo fisicità: è un gorilla, un primitivo che non sa parlare ed è senza talento. È un uomo che si lamenta in continuazione, non ha voglia di lavorare e colpevolizza il resto del mondo per i suoi errori. Ma davvero dobbiamo ancora parlare di Roy? Non ce la faccio, è troppo deprimente”.
Eppure lei ai personaggi antipatici dovrebbe esserci abituato: Bush non era esattamente un eroe positivo.
“In realtà lì l’operazione è stata completamente diversa. In W la sfida è stata di fare uscire l’umanità dell’uomo, partendo dal presupposto che se così tante persone l’hanno voluto presidente per ben due mandati consecutivi be’ qualcosa di buono in lui devono aver visto”.
Pensa di esserci riuscito a tirare fuori la dimensione umana?
“Sì, credo di sì. Alla fine è stata un’operazione di redenzione. Io stesso non credo che Bush sia una cattiva persona. Semplicemente stava facendo una professione non adatta a lui. Il baseballi, quello sì sarebbe stato un lavoro perfetto”.
Si è chiesto come mai i registi la chiamano per interpretare personaggi così odiosi?
“La spiegazione che mi sono dato è che loro vedono in me la possibilità di tirare fuori cose che neanche io vedo. Chiamarmi per interpretare le parti da cretino è il più grande complimento che mi possano fare: vuole dire che vedono in me la capacità di scavare in profondità, di rappresentare livelli diversi di lettura”.
Non teme che il pubblico finisca per confondere lei con i personaggi che interpreta?
“La gente quando mi incontra rimane sempre stupita: tutti si aspettano che io sia serio e pesante, cosa che invece non sono. Non mi prendo mai troppo seriamente, mai”.
Vedersi imbruttito e ingrassato sul set è stato faticoso?
“La mia vanità stava per essere distrutta: ho passato sei settimane a Londra e nessuna donna mi ha degnato di uno sguardo.
Lei ha una voce stupenda: poteva puntare su quella…
“Anche la voce non era più la stessa. Il modo in cui parla Roy non è il mio: ha un tono più acuto e lamentoso, veramente insopportabile. Dio mio quanto odio quel personaggio!”
Non si è divertito neanche un po’ ad interpretarlo?
“Sì, anche se recitare per me non è così divertente. La ricerca, lo studio del personaggio, quello sì. Recitare mi crea molto stress: non sai mai se la scena verrà fatta in una ripresa o magari in due e magari tu avresti bisogno di un’altra ancora. È molto faticoso. Invece quando studio un personaggio ho tempo di far maturare le cose, non c’è fretta, posso prendermi i miei tempi”.
Vuol dire che soffre ancora di insicurezze come attore?
“Tutte le volte prima di andare sul set mi dico: “Perché lo faccio? Perché?””
Lei è figlio d’arte. Suo padre (James Brolin, ndr) è attore e so che sua figlia è interessata anche lei alla carriera. Ne è contento?
“All’inizio non lo ero: chi augura ai propri figli una vita fatta di rifiuti e umiliazioni continue? Certo, se deciderà la sosterrò. E poi mia figlia è una tosta. È cresciuta in campagna. E’ molto sveglia e intelligente”
Una serie di umiliazioni? E’ così che lei vede la sua carriera?
“Da giovani tutti vogliamo essere fighi e amati e i rifiuti sono difficili da accettare. Ci sono passato e so di cosa parlo. Adesso sinceramente non mi importa più”.
Me lo ricordo ancora quel giorno. Sono passati 20 anni, eppure me lo ricordo. Era maggio, c’era il sole, avevo una salopette di jeans (giuro) ed ero a casa diPaola, la mia migliore amica. Compagne di scuola alle elementari e compagne di banco alle medie: io e Paola vivevamo in simbiosi da otto anni. Lei era quella a casa della quale mi rifugiavo quando non avevo voglia di stare a casa mia (cioè sempre), quella alla quale parlavo dei primi turbamenti ormonali (cioè mai: non è che fossi così sveglia), quella che avrei voluto come sorella. Immaginatevi la sorpresa, quando, sbirciando nel suo diario, scoprii che Paola aveva fondato un club di “Quelle che odiano Simona Siri”. Lo so cosa state pensando: è una puntata di Friends, quella in cui Rachel scopre che Ross ha fondato il “I Hate Rachel Green club”. Eppure è vero. Anzi, è persino peggio. Rachel era impopolare perché smorfiosa e indebitamente più bella della media. Io no. A Paola e alle altre non stavo antipatica perché precocemente figa o di successo. A Paola e alle altre stavo antipatica perché – in quanto femmina – ero comunque una concorrente nel loro stesso campionato. Il fatto che non riesca a ricordare i motivi per cui sbirciassi nel diario di Paola non toglie forza alla massima imparata quel giorno e valida sempre: di gente stronza in giro ce n’è, ma come le amiche nessuno. C’è una cosa che i maschi non hanno mai capito: il motivo del successo di serie tv come Sex and The City e Grey’s Anatomy (o, per tornare a tempi preistorici fondamentali però, in termini di formazione: come Candy Candy o Heidi) non è tanto il fatto di farci piagnucolare sulle disavventure sentimentali delle protagoniste, né di venderci la favola che in natura esistano uomini con i capelli di Derek Sheperd, il personaggio di Grey’s Anatomy interpretato daPatrick Dempsey (e se anche esistessero: siamo sicure di volerli? Mah). No. Quello che ci fa raccontare balle pur di rimanere in casa davanti alla tv è la frase che in Sex and The City Miranda dice a Mr Big nell’ultima puntata, mentre Carrie è a Parigi: «Go get our girl», «Vai a prendere la nostra ragazza». O quando Meredith dice a Christina, in Grey’s Anatomy: «You are my person». È lì che si piange, nella consapevolezza che un’amicizia femminile così non l’avremo o, se l’abbiamo avuta, è durata poco. Se non fosse rara e problematica, la solidarietà tra donne non sarebbe materiale narrativo. Lo sanno bene gli autori di reality che per assicurarsi risse e conseguenti ascolti usano da sempre lo stesso trucco: piazzare due ragazze carucce in competizione e chiudere la porta. Il resto verrà da sé.
C’è una cosa per cui l’estate appena trascorsa verrà ricordata. È il record diastio intra genere che ha prodotto, a qualsiasi grado di celebrità. Non era ancora agosto che la prima faida al femminile era già scoppiata, complice l’inchiesta sul giro di cocaina all’interno della discoteca milanese Hollywood.Belén Rodriguez, indagata, davanti ai carabinieri riporta la seguente dichiarazione: «È vero, ho assunto cocaina. Me l’aveva data la mia amicaFrancesca Lodo». Non vi sfuggirà la mossa geniale: incolpare l’amica di cessione e spaccio riservando a se stessa la più leggera accusa di uso. L’amicizia tra Belén e la Lodo è prevedibilmente finita davanti agli avvocati, con la seconda che querela la prima.
Litigi di bassa lega tra soubrettine? Mica tanto. All’ultima Mostra di VeneziaCatherine Deneuve a proposito di Carla Bruni – colpevole di essersi pubblicamente espressa contro la lapidazione di Sakineh e averne ricevuto in cambio l’appellativo di “prostituta” da alcuni fanatici - ha dichiarato: «Be’, se l’è cercata. Con il passato che ha doveva essere più cauta». Un’argomentazione così stupida e medievale che sembra essere uscita dalla bocca di un uomo invece che da una donna storicamente intelligente ed engagé come la Deneuve. Certo, per schierarsi pubblicamente in difesa di quella più giovane e bella ci vuole fegato. Lo stesso fegato che a luglio, nel pieno dello scandalo Fini-Tulliani, ha fatto scrivere Flavia Perina, direttore del Secolo d’Italia, una lettera alle donne del Pdl: «Non vi sentite a disagio? Non vi vengono i brividi a vedere lo scalpo della “donna del nemico”, una moglie e una madre che non ha cercato in alcun modo la ribalta, sventolato pubblicamente come un trofeo di guerra?». La risposta è stata il silenzio, dal quale è emersa, solitaria, la voce di Irene Pivetti, l’unica politica a dichiarare a mezzo stampa che quella contro la Tulliani era «una quotidiana tragica azione di killeraggio». Meno male che poi è arrivato Giorgio Stracquadanio, deputato Pdl. Dichiarando che prostituirsi per un posto in Parlamento è cosa legittima, ha scatenato proteste e indignazione trasversale, a dimostrazione di un’antica teoria: il solo modo per far coalizzare le donne è che arrivi un uomo cretino e che la spari talmente grossa da provocare un sentimento di solidarietà reciproca come neanche Heidi e Clara nei momenti migliori.
Si parlava della mia amica Paola. Fossimo state adolescenti insieme adesso, nel 2010, invece che negli anni 80, i nostri rapporti e la sua antipatia nei miei confronti sarebbe stata diversa. Se non nella sostanza, sicuramente nei modi in cui esprimerla. Invece che creare un club segreto scrivendo una lista di nomi sul diario, Paola avrebbe più semplicemente e più rapidamente creato un gruppo su Facebook, una cosa del tipo: “Simona Siri è una stronza insopportabile”. La cosa positiva è che sarebbe stato tutto alla luce del sole. Anzi, in questo modo avrei anche avuto un riscontro tangibile – meglio che niente – della mia impopolarità (una cosa che infatti mi sono sempre chiesta e che a lei non ho mai detto: quei nomi si riferivano a persone consenzienti o erano solo possibili, future arruolate nel suo partito dell’odio contro di me? E se erano già arruolate, le aveva dovute convincere o avevano aderito spontaneamente con la stessa facilità con cui oggi si cliccherebbe sul pollice verso l’alto del “Like”?). Non c’è paragone: odiare ai tempi di internet ha i suoi bei vantaggi.
Esprimere antipatia può essere un esercizio creativo, divertente e con un grado di soddisfazione tanto più alto quanto più lo si fa pubblicamente, al contrario di quando lo si faceva di nascosto. C’è un’amica, ad esempio, che da quando è diventata a sua volta amica del mio ex, me la ritrovo a flirtare ogni santo giorno sul suo wall. Un’altra ha lasciato per ben tre volte messaggi pubblici in cui faceva riferimento a fatti miei privati sputtanandomi per tutta la rete: ci mancava scrivesse sul wall: «Come stai? Ti sono passate le emorroidi?», magari accompagnando il tutto da un link alla mia dichiarazione dei redditi e poi il quadro era completo. È stata prontamente bloccata, ma resta il dubbio se si sia trattato di dolosa perfidia o, al contrario, di involontaria e pasticciata sbadataggine. Stesso discorso per la terza, quella che in modo più innocuo, ma per questo ancora più subdolo e difficilmente decifrabile, è solita mandarmi inviti a feste che si sono tenute il giorno prima. Poi c’è quella che lascia commenti sotto ogni stupidaggine che scrivo, facendo credere all’universo mondo di essere mia amica, quando in realtà non ci vediamo da due anni. Anche se la forma di cattiveria più grande è senz’altro quella che riguarda la pubblicazione – da parte di terzi – di fotografie imbarazzanti e la conseguente arte di taggarle, rendendole visibili a tutta la rete di amici.
Prendete Paola, di nuovo lei. Dopo la scoperta del club contro di me i nostri rapporti andarono un po’ scemando per scomparire del tutto una volta arrivate al liceo. Altrettanto prevedibilmente ci siamo ritrovate qualche anno fa su Facebook. Quest’estate ci siamo anche viste. Abbiamo passato un weekend al mare fatto di bambini (suoi), di chiacchiere (mie) e di decine di fotografie insieme. Tre giorni dopo la nostra amichevole reunion apro il computer, vado su Facebook e vedo che lei ha postato una foto del nostro weekend. Una sola, delle trenta che avevamo fatto: quella dove – a dispetto di ogni legge della prospettiva e dell’anatomia – lei sembra Gisele Bündchen. E io, al confronto, Tata Lucia.









Vive a Milano da dieci anni. Scrive di musica, cinema e costume. Usa la prima persona singolare. Porta (ancora) la 42. Tra Oasis e Blur ha sempre preferito i Blur.
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