Non ho modo alcuno di provarlo, quindi dovrete credermi sulla fiducia. Sei anni fa un amico molto esperto di cinema e che molto aveva amato il libro di Mordecai Richler La versione di Barney mi disse: “Paul Giamatti non sarebbe niente male nel ruolo del protagonista Barney Panofsky”. Era l’epoca di Sideways, piccolo film miracolo grazie al quale anche i più distratti si accorsero della straordinaria bravura di Paul Giamatti, uno di quelli che non appartengono alla categoria delle star propriamente dette alla Tom Cruise o alla Brad Pitt per capirci, ma che hanno carriere solide, talenti straordinari, la capacità di lasciare il segno in ogni ruolo, anche se tu, spettatore, te ne accorgi solo a posteriori e solo al decimo film cominci a realizzare che quell’attore lì lo hai già visto in almeno due film di Woody Allen (Harry a pezzi, La dea dell’amore),  in un colossal come Salvate il soldato Ryan,  in una commedia come Big Mama, in un film con Russell Crowe, Cinderella Man – Una ragione per lottare e, appunto, in quel meraviglioso gioiellino che fu Sideways, un Oscar per la migliore sceneggiatura originale e una nomination al Golden Globe per Giamatti grazie al ruolo di Miles, aspirante scrittore cinico e depresso, amante del pinot e ossessionato dal vino in generale. Sei anni dopo Paul Giamatti è protagonista di un ruolo così fatto apposta per lui che l’unica cosa che pensi uscendo dal cinema è che nessun altro avrebbe potuto prestare la propria faccia a Barney Panofsky. Sensazione confermata anche dal fatto di avere appena ricevuto la seconda nomination al Golden Globe come migliore attore protagonista. “Beh ne sono contento” risponde lui al telefono da Londra. “Capisco sia un complimento, ma forse devo iniziare a preoccuparmi: Panofsky non è un tipo particolarmente piacevole”. In teoria ha ragione. In pratica no. Rispetto alla sua versione letteraria, il Barney cinematografico si è molto addolcito. Attraverso tre matrimoni, un periodo da bohemien a Roma, il mistero sulla scomparsa dell’amico Boogie, la vita di Panofsky si caratterizza sì per cinismo e irascibilità, ma anche per ironia e per la straordinaria capacità di rovinare ma in fondo anche rendere più intensa e interessante la propria vita e quella di chi gli sta intorno, soprattutto la terza moglie Miriam, meravigliosamente interpretata da Rosamund Pike, un altro degli aspetti di forza del film: la perfezione di un cast in cui Dustin Hoffman interpreta il padre di Barney, Izzy.

Spiacevolezza a parte, c’è però qualcosa del carattere di Barney Panofsky che sente anche suo? Forse l’ironia?

“Forse sì, anche se la cosa davvero interessante di questo ruolo è proprio che è molto diverso da me e che mi ha permesso comportamenti che io non farei mai: ad esempio telefonare al marito della mia ex moglie nel cuore della notte per insultarlo, come fa Barney nella prima scena del film. Ripeto: io alcune delle cose che fa Barney non le farei mai, ma poterle agire in un film è stato molto liberatorio”.

Allora riformulo: differenze caratteriali a parte, quanto le sta simpatico Barney? Quanto è in empatia con lui?

“Questo sì: ammetto e riconosco che abbia fatto un sacco di cose orribili nella propria vita, ma credo di essere riuscito ad entrare in empatia con lui. La cosa che sicuramente riconosco è che dietro all’ironia e al sarcasmo Barney sia in realtà anche molto romantico, che poi è forse il motivo per cui il pubblico si sia innamorato così tanto prima del libro e adesso sembra del film”.

Lei aveva letto il libro prima di iniziare le riprese?

“No, ho letto direttamente la sceneggiatura, ma ho guardato dei video di Mordecai Richler (l’autore, ndr). Mi hanno aiutato a capire i suoi movimenti, il modo in cui esprimere il sarcasmo”.

Nel film Barney passa dai 30 ai 60 anni. Come attore è stato più difficile ringiovanire o invecchiare?

“Ringiovanire. Per invecchiare ho dovuto usare delle protesi e avere una maschera addosso ti rende comunque meno esposto, meno vulnerabile”.

Parlando di empatia con il personaggio, lei che tipo di attore è? Uno di quelli che durante le riprese non staccano mai e si portano il personaggio anche a casa?

“Quando ero più giovane lo facevo sì. Adesso molto meno.  E comunque si tratta solo di cose positive: nel caso di Barney ad esempio è stata la sua energia, la voglia di vivere, una specie di sana pazzia. Ecco, quella l’ho portata sempre con me, durante tutta la lavorazione del film”.

Come mai nonostante le origini italiane non le offrono mai ruoli da italoamericano?

“Non ne ho idea. Quello che so è che una volta durante un’audizione non mi diedero la parte perché non sembravo abbastanza italiano. Dissero proprio così. All’epoca mi arrabbiai molto. Credo che il problema sia l’idea che i produttori americani hanno dell’italiano: per loro è Al Pacino”.

Beh lei in effetti ha più l’aria da intellettuale ebreo che da mafioso.

“Probabilmente è così e credo che la colpa sia anche di Sideways: non c’è scritto da nessuna parte che il personaggio di Miles è ebreo, io stesso non l’ho mai pensato interpretandolo, ma il pubblico l’ha recepito così. Sarà per lo humor: è l’effetto Woody Allen”.

Il primo progetto di un film tratto da La versione di Barney risale a più di dieci anni fa, quando l’autore era ancora vivo. All’epoca si parlava di Dustin Hoffman come protagonista. Alla fine non se ne fece nulla e Hoffman adesso interpreta il padre.

“E’ vero e credo che sarebbe stato perfetto, come d’altra parte è perfetto per il ruolo del padre di Barney: hanno molto in comune, soprattutto la tendenza a dire tutto ciò che passa loro per la mente. Ma sa la cosa più curiosa qual è? Che nel film recita anche il vero figlio di Dustin Hoffman, Jake. Fa la parte di mio figlio”.

Beh un curioso intreccio. Lei ha potuto verificare con i suoi occhi cosa vuol dire essere il vero figlio di Dustin Hoffman proprio mentre recitava la parte del figlio finto.

“Jake è un ragazzo fantastico: Dustin Hoffman come padre ha fatto un ottimo lavoro. Non so se posso dire lo stesso del suo personaggio visto i pasticci che Barney combina nella sua vita. Credo che a Jake sia andata meglio così”.

Si dice anche che Mordecai Richler in alternativa avrebbe voluto Brad Pitt ad interpretare Barney.

“Davvero? Ma deve averlo detto per scherzo. Beh certo, chi non vorrebbe Brad Pitt ad interpretare se stesso?”

A proposito: lei è consapevole che dopo Sideways il pubblico femminile la guarda in modo diverso?  Insomma, lei piace alle donne, lo sa vero?

“Uhm suppongo di sì. Cioè in realtà capisco che le donne possano trovare affascinante Barney. Con Miles mi riesce più difficile: lui era veramente poco amabile come personaggio, piuttosto orribile a dirla tutta”.

Da donna posso dirle che ciò che rende entrambi i personaggi affascinanti è che dietro la cattiveria e il cinismo si legge sofferenza, sensibilità, complicazione.

“E alle donne questo piace? Buono a sapersi”.

Oh sì. Siamo creature complicate: le cose semplici non ci interessano.

“In effetti ha ragione. Ed è una cosa di cui mi sono reso conto con l’età. Però è rassicurante sentirlo esprimere da una donna”.

Insomma, meglio lei che Brad Pitt.

“Veramente? Beh questo sì che è davvero confortante, grazie”.

(Grazia, gennaio 2011)

 

Woody Allen entra nella stanza di buon passo. Stringe la mano ai giornalisti – cinque in totale – e, prima di sedersi, dice guardando negli occhi me e l’altra femmina presente: «Purtroppo sono raffreddato. Mi dispiace, niente baci oggi». Risate generali. Un po’ per la battuta, un po’ per il sollievo di ritrovarlo in splendida forma. È vero affetto: inutile negare che a questo genio buffo vogliamo tutti un gran bene. Ma è anche egoismo di chi ama da sempre il suo cinema e non ha potuto fare a meno di notare come, negli ultimi anni, le sue condizioni di salute siano andate di pari passo con la qualità dei suoi film. Uno su tutti: il disastroso Vicky Cristina Barcelona. All’epoca – era il 2008 – Allen si presentò al Festival del cinema di Cannes in pessime condizioni: stanco, rallentato, affaticato nel fisico, svogliato durante le interviste. In molti (sottoscritta compresa) pensammo al peggio, a un declino ormai irreversibile, confermato da un film deludente. Due anni dopo e con un titolo finalmente all’altezza della sua fama, Incontrerai l’uomo dei tuoi sogni (nelle sale dal 3 dicembre), è una gioia incontrare Woody Allen al traguardo dei 75 anni (li compirà il 1° dicembre e Sky Cinema Mania e MGM lo celebreranno con 10 film). Lui, rilassato e divertito, mette in scena tutto il repertorio: pessimismo, ciniche riflessioni sul senso della vita, battute sul sesso, sulla morte e sui mille, inutili tentativi che noi umani ci ostiniamo a metter in pratica nella vana speranza di allontanarla il più possibile.

“Incontrerai l’uomo dei tuoi sogni” è il suo quarantacinquesimo film da regista. Nel frattempo ne ha già finito un altro, “Midnight in Paris”. Che cosa la spinge a essere ancora così produttivo e a tenere questi ritmi? Non avrebbe voglia di riposarsi un po’?
«Scherza? Io lavoro tantissimo proprio per non avere tempo libero. La mia strategia è di tenermi occupato il più possibile: suono, lavoro, guardo molto sport alla televisione. Qualsiasi cosa pur di non pensare. Se lo facessi, mi sveglierei ogni notte terrorizzato dall’idea che l’universo, prima o poi, finirà. E noi con esso. Se pensassi, non potrei fare a meno di domandarmi quale sia il senso della nostra esistenza, perché viviamo».

Vuole farmi credere che, comunque, lei una risposta al perché viviamo non se l’è ancora data?
«La mia convinzione è che non ci sia un motivo razionale che giustifichi l’esistenza. La nostra vita non è certo superiore a quella di un’ameba: arriviamo su questo pianeta, viviamo per un po’, ce ne andiamo. Eppure, se arriva qualcuno e ti punta una pistola alla tempia, tu lo implori di non ucciderti, combatti, ti ribelli. Però questa non è una decisione guidata dall’intelletto, ma solo la reazione istintiva del corpo, che è programmato per vivere. Non c’è una spiegazione: è così e basta. Se, invece, ti metti a pensare alla fine dell’universo, al giorno in cui tutte le stelle si estingueranno, be’ non è che ci sia molto da capire».

La religione non aiuta a dare risposte?
«Mi piacerebbe poter essere credente, ma la fede non è una cosa che si può imparare. Sono cresciuto in una famiglia molto religiosa e ho sempre pensato che, se avessi potuto credere nell’esistenza di qualcosa enormemente più grande dell’uomo, sarei stato più felice. Da ragazzino guardavo i miei compagni di scuola andare in sinagoga e pensavo a quanto fossero ridicoli. Ma, dentro di me, sapevo che erano molto più felici di me perché loro, almeno, credevano in qualche cosa».

E cosa ci dice della psicoterapia e della scienza? Inutili anch’esse?
«La scienza è utile, ma è limitata. Le donne non muoiono più di parto, l’aids è quasi curabile, i progressi ci sono stati. Però non risponde a domande più profonde. La psicoterapia aiuta, certo, ma, forse, l’unica soluzione è davvero credere in qualcosa di magico. Il problema, però, è che la magia è ridicola. Conosco gente di New York che si rivolge al sensitivo o alla chiromante. È una frode. La religione li ha traditi e così ora ricorrono a quelli che leggono le carte».

Prima parlava del corpo, che è programmato per vivere. Lei era destinato a fare il regista?
«No, ho cominciato perché, in occasione del primo film che scrissi (Ciao Pussycat, ndr), il regista fece un lavoro così pessimo che rovinò la mia sceneggiatura. Il film ebbe successo, ma io lo odiai. Da quel giorno mi sono detto: non farò mai più un film, se non potrò dirigerlo».

Quindi, neanche fare il regista è una soluzione alla domanda sul perché della nostra esistenza…
«Da ragazzo, quando volevo scappare, andavo al cinema. Ora faccio lo stesso, mettendomi dall’altra parte della macchina da presa. Non mi lamento: i miei amici, che fanno gli avvocati o i medici, si alzano tutte le mattine e vanno in ufficio. Io vado sul set, dove trovo Penelope Cruz e il massimo della preoccupazione sono le luci o i costumi. Ma è una fuga, nient’altro».

Il sogno di ogni attore è lavorare con lei. Eppure, non ha la fama di regista tenero. Ci vuole del masochismo per voler fare un film con lei?
«È buffo: gli attori leggono su di me che sono uno che non parla, che sono scontroso, che ho un brutto carattere. Poi, arrivano sul set il primo giorno, trascorrono con me un po’ di ore e vedo che cambiano espressione e pensano: “Ok, nessun pericolo, è innocuo”».

Ma è vero che non fa mai complimenti, che non dice mai che sono stati bravi?
«E perché dovrei? Li ho assunti, li pago, è ovvio che penso che siano bravi. Se fanno qualcosa di sbagliato glielo dico, ma, in genere, li lascio liberi e, soprattutto, non parlo con loro fuori dal set. Non ci vado a pranzo: preferisco che la nostra relazione resti professionale».

Le recensioni le legge? Le interessa sapere cosa scrivono di lei e dei suoi film?
«No, non lo faccio. Se un giorno leggi che sei un genio e quello dopo che sei un cretino, finisce che ti paralizzi e, quando scrivi, lo fai con addosso la paura del giudizio altrui. Io, invece, scrivo, giro il film e poi basta. Archiviato, non lo guardo neanche più».

Un uomo, una donna, l’amore, la difficoltà delle relazioni: è sempre questo ciò che le interessa raccontare nei suoi film, da “Io e Annie” fino a oggi?
«È tutto quello che abbiamo, dai tempi di Sofocle nulla è cambiato. I problemi politici e sociali mutano, migliorano, si evolvono, ma quelli personali sono sempre gli stessi. Dico le stesse cose che raccontava Shakespeare: be’, certo, lui lo faceva meglio di me, ma la sostanza è quella. La cosa più difficile per l’essere umano è ancora trovare qualcuno con cui avere una relazione stabile e che duri tutta la vita».

L’ultima volta che lei ha recitato in un suo film è stato nel 2006, in “Scoop”. Pensa di farlo ancora? O fare l’attore non le interessa più?
«Mi piacerebbe, ma purtroppo sono troppo vecchio. Il mio ruolo è, ormai, quello dell’anziano signore dietro alla macchina da presa. Non sa quanto invidio gli attori, quanto vorrei essere al loro posto: essere io quello che porta a cena le belle donne, le seduce e racconta loro un sacco di balle».

Se potesse farlo, le piacerebbe rinascere?
«No, grazie. Uno non sa mai sotto che forma può ritornare: e se rinasco nazista?».

E se avesse la garanzia di rinascere come Scarlett Johansson?
«Se avessi la garanzia di rinascere dentro la camera da letto di Scarlett Johansson be’, allora, sì».

(Grazia, 30/11/2010)

 

Quando arrivo davanti alla stanza riservata per l’intervista, Josh Brolin è sdraiato per terra, proprio fuori dalla porta.  Lo guardo. Lui alza la testa e con la voce più bella che abbia mai sentito dice: “Ho mal di schiena. Mi sto stirando i muscoli”. Per una frazione di secondo immagino di sdraiarmi per terra, vicino a lui, e di fare così l’intervista. Neanche il tempo di pensarlo che è già in piedi, altissimo, completo blu, camicia bianca, cravatta nera allentata. Ci sono attori che vedi in decine di film nel corso di decine di anni, con carriere altalenanti, belle, ma mai straordinarie. Attori che rischiano di sprofondare in una anonima celebrità, sempre in bilico tra la mediocrità e grandezza. Attori che non esplodono mai veramente, fino a quando arriva il ruolo della vita e loro – siccome sono bravi davvero e sono soprattutto allenati alla gavetta – si fanno trovare pronti. Brolin è uno di questi, con la differenza che di ruoli della vita a lui ne stanno capitando uno dietro l’altro. Il primo è stato il George W Bush di W, film di Oliver Stone sull’ex presidente americano: impressionante per somiglianza e bravura. Poi c’è stato Milk, diretto da Gus Van Sant: altra straordinaria prova nella parte del politico conservatore Dan White.  Ora è la volta di Roy, uno dei protagonisti del nuovo Woody Allen, Incontrerai l’uomo della tua vita, film corale dove le storie di due anziani coniugi (Anthony Hopkins e Gemma Jones) si incrociano con quelle di una coppia più giovane formata dalla figlia Sally (Naomi Watts) e del marito Roy. Un personaggio, quest’ultimo, a dire poco negativo: scrittore con un solo libro all’attivo, Roy passa le giornate lamentandosi del mondo, colpevole, secondo lui, di non riconoscergli la grandezza che pensa di meritare. Incastrato in un matrimonio stanco, finisce per lasciare Sally, si fidanza con la giovane ed esotica vicina di casa (Freida Pinto) e ritrova il successo, a prezzo però di un reato più grave della sua stessa inettitudine: far passare per suo il manoscritto di un amico finito in coma. “Devo ammettere che quando ho ricevuto la sceneggiatura mi sono preoccupato: “Perché proprio io? Oddio non è che Woody vede qualche analogia tra Roy e me?”, racconta e mentre lo fa è impossibile non notare quanto dal vivo sia più bello rispetto al Roy visto sullo schermo, decisamente imbruttito e appesantito.  “Appesantito? Diciamo la verità: sono grasso, faccio schifo, ma è così che io e Woody lo volevamo. Roy è solo fisicità:  è un gorilla, un primitivo che non sa parlare ed è senza talento. È un uomo che si lamenta in continuazione, non ha voglia di lavorare e colpevolizza il resto del mondo per i suoi errori. Ma davvero dobbiamo ancora parlare di Roy? Non ce la faccio, è troppo deprimente”.

Eppure lei ai personaggi antipatici dovrebbe esserci abituato: Bush non era esattamente un eroe positivo.

“In realtà lì l’operazione è stata completamente diversa. In W la sfida è stata di fare uscire l’umanità dell’uomo, partendo dal presupposto che se così tante persone l’hanno voluto presidente per ben due mandati consecutivi be’ qualcosa di buono in lui devono aver visto”.

Pensa di esserci riuscito a tirare fuori la dimensione umana?

“Sì, credo di sì. Alla fine è stata un’operazione di redenzione. Io stesso non credo che Bush sia una cattiva persona. Semplicemente stava facendo una professione non adatta a lui. Il baseballi, quello sì sarebbe stato un lavoro perfetto”.

Si è chiesto come mai i registi la chiamano per interpretare personaggi così odiosi?

“La spiegazione che mi sono dato è che loro vedono in me la possibilità di tirare fuori cose che neanche io vedo. Chiamarmi per interpretare le parti da cretino è il più grande complimento che mi possano fare: vuole dire che vedono in me la capacità di scavare in profondità, di rappresentare livelli diversi di lettura”.

Non teme che il pubblico finisca per confondere lei con i personaggi che interpreta?

“La gente quando mi incontra rimane sempre stupita: tutti si aspettano che io sia serio e pesante, cosa che invece non sono. Non mi prendo mai troppo seriamente, mai”.

Vedersi imbruttito e ingrassato sul set è stato faticoso?

“La mia vanità stava per essere distrutta: ho passato sei settimane a Londra e nessuna donna mi ha degnato di uno sguardo.

Lei ha una voce stupenda: poteva puntare su quella…

“Anche la voce non era più la stessa. Il modo in cui parla Roy non è il mio: ha un tono più acuto e lamentoso, veramente insopportabile. Dio mio quanto odio quel personaggio!”

Non si è divertito neanche un po’ ad interpretarlo?

“Sì, anche se recitare per me non è così divertente. La ricerca, lo studio del personaggio, quello sì. Recitare mi crea molto stress: non sai mai se la scena verrà fatta in una ripresa o magari in due e magari tu avresti bisogno di un’altra ancora. È molto faticoso. Invece quando studio un personaggio ho tempo di far maturare le cose, non c’è fretta, posso prendermi i miei tempi”.

Vuol dire che soffre ancora di insicurezze come attore?

“Tutte le volte prima di andare sul set mi dico: “Perché lo faccio? Perché?””

Lei è figlio d’arte. Suo padre (James Brolin, ndr) è attore e so che sua figlia è interessata anche lei alla carriera. Ne è contento?

“All’inizio non lo ero: chi augura ai propri figli una vita fatta di rifiuti e umiliazioni continue? Certo, se deciderà la sosterrò. E poi mia figlia è una tosta. È cresciuta in campagna. E’ molto sveglia e intelligente”

Una serie di umiliazioni? E’ così che lei vede la sua carriera?

“Da giovani tutti vogliamo essere fighi e amati e i rifiuti sono difficili da accettare. Ci sono passato e so di cosa parlo. Adesso sinceramente non mi importa più”.

(Grazia, 30/11/2010)

 

Me lo ricordo ancora quel giorno. Sono passati 20 anni, eppure me lo ricordo. Era maggio, c’era il sole, avevo una salopette di jeans (giuro) ed ero a casa diPaolala mia migliore amica. Compagne di scuola alle elementari e compagne di banco alle medie: io e Paola vivevamo in simbiosi da otto anni. Lei era quella a casa della quale mi rifugiavo quando non avevo voglia di stare a casa mia (cioè sempre), quella alla quale parlavo dei primi turbamenti ormonali (cioè mai: non è che fossi così sveglia), quella che avrei voluto come sorella. Immaginatevi la sorpresa, quando, sbirciando nel suo diario, scoprii che Paola aveva fondato un club di “Quelle che odiano Simona Siri”. Lo so cosa state pensando: è una puntata di Friends, quella in cui Rachel scopre che Ross ha fondato il “I Hate Rachel Green club”. Eppure è vero. Anzi, è persino peggio. Rachel era impopolare perché smorfiosa e indebitamente più bella della media. Io no. A Paola e alle altre non stavo antipatica perché precocemente figa o di successo. A Paola e alle altre stavo antipatica perché – in quanto femmina – ero comunque una concorrente nel loro stesso campionato. Il fatto che non riesca a ricordare i motivi per cui sbirciassi nel diario di Paola non toglie forza alla massima imparata quel giorno e valida sempre: di gente stronza in giro ce n’è, ma come le amiche nessuno. C’è una cosa che i maschi non hanno mai capito: il motivo del successo di serie tv come Sex and The CityGrey’s Anatomy (o, per tornare a tempi preistorici fondamentali però, in termini di formazione: come Candy Candy o Heidi) non è tanto il fatto di farci piagnucolare sulle disavventure sentimentali delle protagoniste, né di venderci la favola che in natura esistano uomini con i capelli di Derek Sheperd, il personaggio di Grey’s Anatomy interpretato daPatrick Dempsey (e se anche esistessero: siamo sicure di volerli? Mah). No. Quello che ci fa raccontare balle pur di rimanere in casa davanti alla tv è la frase che in Sex and The City Miranda dice a Mr Big nell’ultima puntata, mentre Carrie è a Parigi: «Go get our girl», «Vai a prendere la nostra ragazza». O quando Meredith dice a Christina, in Grey’s Anatomy: «You are my person». È lì che si piange, nella consapevolezza che un’amicizia femminile così non l’avremo o, se l’abbiamo avuta, è durata poco. Se non fosse rara e problematica, la solidarietà tra donne non sarebbe materiale narrativo. Lo sanno bene gli autori di reality che per assicurarsi risse e conseguenti ascolti usano da sempre lo stesso trucco: piazzare due ragazze carucce in competizione e chiudere la porta. Il resto verrà da sé.

C’è una cosa per cui l’estate appena trascorsa verrà ricordata. È il record diastio intra genere che ha prodotto, a qualsiasi grado di celebrità. Non era ancora agosto che la prima faida al femminile era già scoppiata, complice l’inchiesta sul giro di cocaina all’interno della discoteca milanese Hollywood.Belén Rodriguez, indagata, davanti ai carabinieri riporta la seguente dichiarazione: «È vero, ho assunto cocaina. Me l’aveva data la mia amicaFrancesca Lodo». Non vi sfuggirà la mossa geniale: incolpare l’amica di cessione e spaccio riservando a se stessa la più leggera accusa di uso. L’amicizia tra Belén e la Lodo è prevedibilmente finita davanti agli avvocati, con la seconda che querela la prima.

Litigi di bassa lega tra soubrettine? Mica tanto. All’ultima Mostra di VeneziaCatherine Deneuve a proposito di Carla Bruni – colpevole di essersi pubblicamente espressa contro la lapidazione di Sakineh e averne ricevuto in cambio l’appellativo di “prostituta” da alcuni fanatici - ha dichiarato: «Be’, se l’è cercata. Con il passato che ha doveva essere più cauta». Un’argomentazione così stupida e medievale che sembra essere uscita dalla bocca di un uomo invece che da una donna storicamente intelligente ed engagé come la Deneuve. Certo, per schierarsi pubblicamente in difesa di quella più giovane e bella ci vuole fegato. Lo stesso fegato che a luglio, nel pieno dello scandalo Fini-Tulliani, ha fatto scrivere Flavia Perina, direttore del Secolo d’Italia, una lettera alle donne del Pdl: «Non vi sentite a disagio? Non vi vengono i brividi a vedere lo scalpo della “donna del nemico”, una moglie e una madre che non ha cercato in alcun modo la ribalta, sventolato pubblicamente come un trofeo di guerra?». La risposta è stata il silenzio, dal quale è emersa, solitaria, la voce di Irene Pivetti, l’unica politica a dichiarare a mezzo stampa che quella contro la Tulliani era «una quotidiana tragica azione di killeraggio». Meno male che poi è arrivato Giorgio Stracquadanio, deputato Pdl. Dichiarando che prostituirsi per un posto in Parlamento è cosa legittima, ha scatenato proteste e indignazione trasversale, a dimostrazione di un’antica teoria: il solo modo per far coalizzare le donne è che arrivi un uomo cretino e che la spari talmente grossa da provocare un sentimento di solidarietà reciproca come neanche Heidi e Clara nei momenti migliori.

Si parlava della mia amica Paola. Fossimo state adolescenti insieme adesso, nel 2010, invece che negli anni 80, i nostri rapporti e la sua antipatia nei miei confronti sarebbe stata diversa. Se non nella sostanza, sicuramente nei modi in cui esprimerla. Invece che creare un club segreto scrivendo una lista di nomi sul diario, Paola avrebbe più semplicemente e più rapidamente creato un gruppo su Facebook, una cosa del tipo: “Simona Siri è una stronza insopportabile”. La cosa positiva è che sarebbe stato tutto alla luce del sole. Anzi, in questo modo avrei anche avuto un riscontro tangibile – meglio che niente – della mia impopolarità (una cosa che infatti mi sono sempre chiesta e che a lei non ho mai detto: quei nomi si riferivano a persone consenzienti o erano solo possibili, future arruolate nel suo partito dell’odio contro di me? E se erano già arruolate, le aveva dovute convincere o avevano aderito spontaneamente con la stessa facilità con cui oggi si cliccherebbe sul pollice verso l’alto del “Like”?). Non c’è paragone: odiare ai tempi di internet ha i suoi bei vantaggi.

Esprimere antipatia può essere un esercizio creativo, divertente e con un grado di soddisfazione tanto più alto quanto più lo si fa pubblicamente, al contrario di quando lo si faceva di nascosto. C’è un’amica, ad esempio, che da quando è diventata a sua volta amica del mio ex, me la ritrovo a flirtare ogni santo giorno sul suo wall. Un’altra ha lasciato per ben tre volte messaggi pubblici in cui faceva riferimento a fatti miei privati sputtanandomi per tutta la rete: ci mancava scrivesse sul wall: «Come stai? Ti sono passate le emorroidi?», magari accompagnando il tutto da un link alla mia dichiarazione dei redditi e poi il quadro era completo. È stata prontamente bloccata, ma resta il dubbio se si sia trattato di dolosa perfidia o, al contrario, di involontaria e pasticciata sbadataggine. Stesso discorso per la terza, quella che in modo più innocuo, ma per questo ancora più subdolo e difficilmente decifrabile, è solita mandarmi inviti a feste che si sono tenute il giorno prima. Poi c’è quella che lascia commenti sotto ogni stupidaggine che scrivo, facendo credere all’universo mondo di essere mia amica, quando in realtà non ci vediamo da due anni. Anche se la forma di cattiveria più grande è senz’altro quella che riguarda la pubblicazione – da parte di terzi – di fotografie imbarazzanti e la conseguente arte di taggarle, rendendole visibili a tutta la rete di amici.

Prendete Paola, di nuovo lei. Dopo la scoperta del club contro di me i nostri rapporti andarono un po’ scemando per scomparire del tutto una volta arrivate al liceo. Altrettanto prevedibilmente ci siamo ritrovate qualche anno fa su Facebook. Quest’estate ci siamo anche viste. Abbiamo passato un weekend al mare fatto di bambini (suoi), di chiacchiere (mie) e di decine di fotografie insieme. Tre giorni dopo la nostra amichevole reunion apro il computer, vado su Facebook e vedo che lei ha postato una foto del nostro weekend. Una sola, delle trenta che avevamo fatto: quella dove – a dispetto di ogni legge della prospettiva e dell’anatomia – lei sembra Gisele Bündchen. E io, al confronto, Tata Lucia.

(Marie Claire, novembre 2010)

 

Albergo del centro di Milano. Stanza 105. Suono e ad aprirmi la porta è lui: maglietta bianca, felpa blu, giacca dello stesso colore, pantaloni della tuta che mi sembrano bucati, ma non ci giurerei, scarpe da ginnastica e occhiali neri con la montatura spessa. Non faccio in tempo a sedermi che è già partito una specie di monologo, non si sa quanto improvvisato e quando parte di una consumata routine: “Con oggi sono alla fine del tour promozionale. It’s done, finito. Domani torno a casa. Oh ho imparato molto su me stesso. Ho imparato molto di me stesso come uomo, come scrittore, come persona (lo dice in italiano, ndr). La mia vita in questo momento è piuttosto strana”. Fa una pausa e poi aggiunge: “Non rispondo a domande sul libro. Tutti mi chiedono: “Uhm quindi sono passati 25 anni da quando Meno di zero è stato pubblicato. Quali pensi siano le differenze da allora”? Hey, non mi interessa! Non mi interessava allora, figurarsi adesso”. Il libro a cui fa riferimento e che ha passato cinque mesi a promuovere in giro per il mondo si intitola Imperial Bedrooms e sì, tutti gliene chiedono conto perché questo suo sesto romanzo è tecnicamente il proseguimento, a 25 anni di distanza, di Meno di zero, l’opera prima che trasformò il Bret Easton Ellis di allora – ventunenne studente un po’ sfigato – nel Bret Easton Ellis rockstar, quello che frequentava i club inseguito dai paparazzi, che si faceva di droga saltando da un’orgia a un’altra, che era figo, sexy, desiderato, ricco. Quello, insomma, che era esattamente come i protagonisti dei suoi romanzi, e se non lo era, era però abbastanza bravo da farlo credere: il più clamoroso e redditizio caso di annullamento tra realtà e fantasia. Nonostante i protagonisti siano gli stessi, che Imperial Bedrooms non sia la continuazione di Meno di zero è chiaro fin dalle prime pagine ed è anche l’unica spiegazione di argomento letterario che BEE (i fan lo chiamano così) abbia voglia di dare: “Avessi voluto scrivere un sequel avrei ripreso i personaggi dove li avevo lasciati, subito dopo il college. Il libro è in realtà su Clay: in che momento della sua vita si trova, come sta, cosa sta facendo”. Clay, appunto. Il ventenne apatico e nichilista di Meno di zero che in Imperial Bedrooms torna a Los Angeles (dove, guarda caso, BEE si è di fatto trasferito da anni), fa lo sceneggiatore per Hollywood (come, guarda caso, BBE stesso), promette un’audizione a un’aspirante attrice in cambio di favori sessuali in un crescendo di atrocità e squartamenti che tanto ricordano American Psycho, l’altro suo grande successo. “I giornalisti mi fanno delle domande come se dietro a quello che scrivo ci fosse una strategia. Invece non è così: ogni libro nasce da un’urgenza, da un sentimento. Ogni libro è autobiografico, è uno specchio di quello che sono in quel momento”, dice raccontando di come si sia sentito in effetti tradito da un amico (amante?) che lo ha usato per ottenere una parte in un film al quale stava lavorando come sceneggiatore. “I miei amici mi avevano avvertito, eppure ci sono cascato lo stesso. Sono stato dentro e fuori la depressione per tre anni: volevo scrivere della mia sofferenza”. Bene, quindi Clay è lui, anche se in realtà non è lui perché proprio Clay nelle pagine iniziali dice che un altro ha scritto il libro che avrebbe potuto scrivere lui. Di più. La prima frase di Imperial Bedrooms dice: “hanno fatto un film su di noi”, dove per noi si intende Claye gli altri protagonisti  di Meno di zero Blair, Julian e Rip e siccome  il film esiste davvero e BEE ha sempre detto di odiarlo, proprio come Clay, il gioco di rimandi è ancora più evidente, la confusione è ancora più voluta, l’autobiografismo ancora più messo in vendita. “C’è una fame incredibile di realtà, soprattutto da parte delle generazioni più giovani. Io stesso sono pazzo dei reality show alla Jersey Shore (programma su MTV, ndr). Mi affascinano quei contesti pieni di dramma dove le persone comuni fanno di tutto per sembrare migliori di loro stessi. Che è poi quello che facciamo noi scrittori mettendo sulla quarta di copertina delle foto in cui non sembriamo neanche noi stessi”. Desiderio di essere amati, certo. Ce l’abbiamo tutti. Alcuni lo soddisfano scrivendo libri. “Io lo soddisfo guglando il mio nome, oppure attraverso tour come questo in cui tutti mi dicono quanto sono figo e bello e che scrittore fantastico. Dura cinque mesi e poi me ne torno a casa dai miei amici che non pensano assolutamente che io sia così figo. In passato mi importava. Adesso non più. Perché prima volevo essere amato. Non ho mai voluto diventare famoso: solo essere amato”.

BEE famoso lo è però diventato eccome. Di più: ha trasformato se stesso in un brand, capace di vendere non solo libri (“purtroppo ho ancora bisogno di andare i tour per farli vendere, non posso starmene a casa, hanno bisogno di me: oltre al libro vendo un pezzo di me stesso”), ma anche magliette, dischi (“Hanno fatto uno studio sui miei tweet: ogni volta che nomino una canzone quella sale nelle vendite di itunes”), e, genericamente, un’idea di cosa sia sexy e alla moda. Forse addirittura il sogno americano, qualunque cosa voglia ancora dire. “I primi due anni Meno di zero sono stati divertenti, me la sono goduta, anche se guardandoli in retrospettiva avei potuto godermela ancora di più. E’ che pensavo di non meritarmi tutto quello che mi stava succedendo: in fondo del mio gruppo di amici non ero io quello con più talento, quello destinato al successo. Invece è capitato a me.  E comunque dopo i primi anni non è più divertente. Dopo passi  il tempo a cercare di non essere umiliato dalla tua stessa fama. E’ come se te la facessero pagare: hai avuto il successo? E adesso prenditi le critiche negative (si riferisce a quelle ad American Psycho, ndr). Il brand BEE si basa su quella che la gente crede essere la mia vita, non sulla realtà.  Cosa dovrei fare? Vivere come un perenne 21enne? Non funziona così: si cresce, si cambia”. E’ vero, si cambia, si cresce. Ma allora non si capisce perché tornare, dopo 25 anni, da dove si è cominciato, scrivendo un sequel che non è un sequel, in cui niente si muove e in cui il protagonista non sembra cambiato di una virgola. “Ti sbagli”, mi dice. “Clay è cambiato eccome”. Be’ certo: è peggiorato, è diventato un mostro. “E non è anche questo un cambiamento?”.

(Grazia, 03/11/2010)

 

Forse una vera diva si distingue proprio da questo: dalla distanza che passa tra l’immagine che dà di se stessa sullo schermo e quella che si scopre una volta che la si incontra da vicino. Se è così, allora Naomi Watts è una grande diva: tanto al cinema è luminosa e algida, tanto è affabile e calda dal vivo. Lo penso mentre fisso le imperfezioni della sua pelle, quelle che scompaiono quando si trasforma per il set: la bionda super sexy che fa innamorare lo scimmione (King Kong), l’aspirante attrice che arriva a Los Angeles piena di speranze (Mulholland Drive), la madre di famiglia che vede il cuore del marito trapiantato nel corpo di uno sconosciuto (21 grammi), l’ostetrica che si mette nei guai con la mafia russa (La promessa dell’assassino).

Di origini australiane, amica di Nicole Kidman, legata al collega Liev Schreiber, madre di due figli avuti a distanza di poco più di un anno l’uno dall’altro (Alexander, tre anni, e Samuel, due), Watts ha deciso di prendersi un periodo di riposo dal lavoro. Scelta coraggiosa: a Hollywood un’attrice di 40 anni non può concedersi nessun lusso, figurarsi quello di sparire per un po’ dalle scene. Lei lo ha fatto e ora è tornata alla ribalta con ben due film: Incontrerai uno sconosciuto alto e bruno di Woody Allen (lo vedremo a dicembre) e Fair game – Caccia alla spia (nelle sale dal 22 ottobre), diretto da Doug Liman.

«Sono orgogliosa di entrambi. Sono così diversi per natura, ruolo, regista», racconta l’attrice, mentre, rannicchiata su una sedia, si fa ancora più minuta. Nel primo, presentato all’ultimo Festival di Cannes, Naomi Watts è Sally, moglie insoddisfatta e in crisi esistenziale. Nel secondo, è Valerie Plame, bionda agente della Cia, protagonista di una complicata vicenda giudiziaria che, nel 2003, scosse il governo americano. L’amministrazione Bush subì un duro colpo quando lei, insieme al marito (l’ex ambasciatore Joseph C. Wilson, autore di un commento per il New York Times in cui metteva in dubbio le affermazioni dell’amministrazione Bush riguardo alla vendita di uranio all’Iraq da parte del Niger), finì per provocare le dimissioni di Karl RoveLewis “Scooter” Libby, rispettivamente primo consigliere e assistente per gli affari interni dell’ex vicepresidente Dick Cheney, accusati di aver rivelato la sua identità. «È una vicenda politica, certo, ma anche la storia di un matrimonio e delle difficoltà che una coppia deve affrontare quando decide di sfidare le istituzioni», racconta la Watts. «Valerie è una donna straordinaria: solo una persona della sua forza ha potuto sopportare gli attacchi subiti non da un Paese straniero, ma dal suo. Lo stesso che ha servito per tanti anni e per il quale ha rischiato di perdere tutto».

Bionda, glamour, decisa: lei somiglia molto alla vera Valerie Plame. L’ha incontrata prima di portarla sul grande schermo?
«Sì, certo. Ci ha aiutato durante le riprese in qualità di consulente. Per lei era importante trovare qualcuno che raccontasse la sua storia in modo fedele».

Dall’entusiasmo con cui ne parla si capisce che la vicenda l’ha toccata molto.
«È una storia bellissima che può insegnarci tanto in termini di coraggio. Non sto parlando solo delle conseguenze politiche del caso Plame. L’unione che Valerie e il marito hanno dimostrato durante tutto il processo è rara, un esempio per qualunque coppia».

Qual è la qualità che l’ha colpita di più?
«L’integrità. Valerie amava la sua carriera, era brava nel suo lavoro. Se è stata trascinata nell’arena pubblica, lo è stata suo malgrado: fino all’ultimo ha cercato di tenersene fuori. Una donna che ha lavorato come agente della Cia sotto copertura per 20 anni è abituata all’anonimato, non è certo una che cerca i riflettori… Ha resistito finché ha potuto, ma, quando ha visto compromessa sia la carriera sia la famiglia, allora ha deciso di agire e di combattere».

La Plame, per le sue missioni all’estero, spesso assumeva un’altra identità. Per lei, come attrice, essere qualcun altro è un mestiere…
«Vero, in questo siamo simili. La differenza è che, se io faccio male il mio lavoro, al massimo ricevo delle recensioni negative. Se capitava a lei, poteva rischiare letteralmente la vita».

Quando si decide a denunciare Karl Rove e Scooter Libby – colpevoli di aver rivelato la sua identità, che doveva restare segreta – Valerie finisce nell’occhio del ciclone: alcuni giornali scrivono che è una mitomane, altri che è una semplice segretaria impazzita. Anche dover fronteggiare quotidianamente bugie e pettegolezzi sul proprio conto può rientrare tra gli aspetti in comune tra la vita di un’attrice e quella di un’agente della Cia.
«Vedere la propria vita sbattuta sui giornali non è mai piacevole. Ma il massimo che possono dire nel mio caso è che i miei capelli sono orribili o che non so recitare».

Lei come si difende?
«Un po’ mi sono abituata, un po’ mi sono costruita una corazza che mi protegge. In ogni caso, cerco di stare più lontano possibile da commenti o da persone che possono ferirmi».

Una delle scene più belle del film è quando Valerie Plame dice: «Pensavo di non essere vulnerabile, invece lo sono». Lei lo è?
«Oh sì, e molto più di Valerie! Anzi, stare a contatto con il suo carattere ha reso più forte anche me».

Prima si parlava di riflettori: a lei fa piacere essere sempre al centro della scena?
«In realtà no, preferisco stare un po’ più in disparte, nelle retrovie. Nella vita lontano dal set preferisco osservare che essere osservata».

A dicembre la vedremo anche in “Incontrerai uno sconosciuto alto e bruno”, il suo primo film con Woody Allen. Come è stato lavorare con lui?
«Lui mi voleva già in passato, per un altro film. Purtroppo io avevo già un impegno e ho dovuto dirgli di no. Da allora, ho avuto paura che non mi richiamasse più e che avessi perso per sempre la mia occasione. Quando mi ha contattata di nuovo ero davvero la persona più felice del mondo. Lavorare con lui è un sogno che si avvera, un passaggio importante per la carriera di ogni attrice. Il clima sul set di Woody, poi, è veramente divertente come lo descrivono».

Due figli, un compagno, una carriera e anche un film con Woody Allen. Lei dalla vita ha davvero tutto…
«Non mi lamento. La frustrazione di Sally (il personaggio che interpreta nel film, ndr) la vedo, però, in tante donne: non è facile arrivare a 40 anni e trovarsi a mettere non solo il tuo matrimonio, ma la tua vita in discussione».

Lei come fa a mantenere solida l’unione con il suo compagno?
«Con tanto impegno e altrettanto lavoro: non bisogna mai dimenticarsi dei bisogni dell’altro. Io e Liev parliamo molto: credo che comunicare sia fondamentale per far funzionare le cose».

Ho letto che il prossimo anno interpreterà Marilyn Monroe in un nuovo film sulla vita dell’attrice americana. Come si sta preparando?
«Non ho ancora iniziato, anche se dovrei. Sento già un po’ di pressione: Marilyn è probabilmente la donna più iconica del mondo del cinema e la gente avrà molte aspettative su questo film».

A vederla oggi, credo che le toccherà anche prendere qualche chilo…
«Non ci avevo pensato! Bene, vorrà dire che mangerò tanti muffin…».

(Grazia, 13/10/2010)

 

Il primo si chiamava Michel ed era la cosa più esotica che all’epoca – 16 anni e tutti vissuti in provincia – avessi mai visto. Lo conobbi a Genova, durante uno stage di danza. Era moro, alto, vagamente tunisino nell’aspetto, ma con braccia lunghissime e mani sottili. Tra me e le mie compagne di corso partì subito una competizione all’ultimo sangue. In quell’occasione persi la battaglia (Michel si portò a Parigi Roberta, la più sveglia del gruppo), ma vinsi la guerra sotto forma di imprinting duraturo al fascino dell’uomo francese. Dall’Alain Delon de Il Gattopardo al Louis Garrel di The Dreamers passando per il Mathieu Kassovitz de L’odio. Fosse solo questione di bellezza (e di incredibile tenuta dei geni: il Delon settantenne visto a maggio a Cannes è ancora in grado di surclassare giovani vampiri e astri nascenti di qualsiasi nazionalità), non saremmo qui a discuterne. No, nell’uomo francese c’è di più. Il contrasto, ad esempio, tra la sofisticata ricerca del bello da una parte e una sana, virile trascuratezza dall’altra. «Per quanto metrosexual un francese possa sembrare, avrà sempre un particolare fuori posto, un dettaglio stonato, un indizio di magari studiata ma necessaria sciatteria», sentenzia Carla dall’alto dei suoi quattro ex sparsi tra Lione, Parigi e Bordeaux. Ha ragione. Basta guardare i capelli perennemente spettinati di Thomas Mars(mister Sofia Coppola, oltre che cantante dei Phoenix), la cicatrice sulla guancia di Gaspard Ulliel, o, su tutte, le unghie perennemente sporche da vero intellettuale di Mathieu Amalric, un uomo immerso in pensieri più grandi e importanti per potersi occupare dell’igiene delle sue estremità superiori. Qualunque cosa insomma, purché passi il messaggio che loro sono impegnati in ben altre faccende: curare eccessivamente l’aspetto fisico è roba da Beckham, non da liberi pensatori quali essi sono. «Hanno un modo tutto loro di essere veri uomini» mi ha detto Elisa, da anni impegnata in osservazioni sul campo, sottolineando come i francesi manchino totalmente del machismo tipico degli italiani o del cameratismo da spogliatoio degli anglosassoni. «Tra giocare alla Playstation o fare una qualunque altra attività collettiva e provare a sedurre una donna, l’uomo francese preferirà comunque la seconda». Come dire che invece di esercitare il loro essere maschi in attività compensatorie e competitive, i francesi lo fanno nell’unico modo in cui valga la pena farlo. Appurato questo e appurato che perdere del tempo nel tentativo di sedurci è ormai l’ultima delle preoccupazioni della maggioranza degli uomini, esiste una donna disposta a non chiudere un occhio in presenza di un foulard di troppo, di un calzino color glicine o di un intero pomeriggio trascorso nell’indecisione per l’acquisto di asciugamani da bagno, tutti bianchi e tutti ugualmente di cotone (giuro, mi è successo)?

Il secondo si chiamava Jean Charles. Faceva il tecnico del suono per un gruppo famoso tempo fa, i Cornershop. Lo conobbi a Londra, dove entrambi all’epoca vivevamo. Era basso, pelato e non aveva una lira. Però era francese, e questo evidentemente bastava. Persi la testa completamente. Non so se per quel suo modo di vivere alla giornata, perché al pub ordinava vino in una nazione di bevitori di birra, o forse, più probabilmente, per il sesso fantastico, ovunque e comunque. Dopo quattro mesi di frequentazione, di pranzi e di sbronze, di mostre solo noi due e di karaoke con i suoi amici, di staseradormiamodateodame il tutto senza mai una verbalizzazione sulla nostra storia figurarsi sui suoi sentimenti, insomma dopo quattro mesi bellissimi commisi un errore. Gli chiesi che cosa ero io per lui. La sua risposta fu piuttosto eloquente: sparì.Monica Bellucci lo ripete allo sfinimento e non ho capito cosa aspetti a tenere dei corsi per noi povere ripetenti: il segreto del suo matrimonio con Vincent Cassel è lo spazio che lei gli concede, il non darsi mai per scontati, le case separate, le vacanze lui da solo a fare surf in Brasile o a Biarritz. Mai chiedere a un uomo – soprattutto se francese – di mettere etichette. «Ci vediamo due volte alla settimana, ma in mezzo niente, neanche una telefonata», mi ha confidato Sara, alle prese con il suo personale Cassel. «Mi ha presentato ai suoi amici, ma non ha mai detto chiaramente né a me né a nessun altro se quella tra di noi è una relazione». Sara è fortunata: oltre a poter imparare da errori (miei) e successi (di Monica) ha a disposizione una risorsa fondamentale a cui appellarsi: la rete. Basta infatti digitare “how to date a french guy” per scoprire un mondo di donne di ogni razza e nazionalità unite dalla passione per i maschi transalpini, ma che non sanno come comportarsi di fronte ai loro silenzi, alla loro totale incapacità di esplicitare, di nominare, di far capire a chi hanno di fronte dove si sta andando. A voler fare autocritica, bisogna ammettere che un po’ è anche colpa nostra e della nostra testardaggine a voler fare – quando era il momento – la vacanza studio a New York o a Los Angeles invece che a Parigi. Così facendo ci siamo sentimentalmente formate in un Paese dove non solo esistono etichette, ma addirittura vere e proprie regole di dating (non ci si bacia al primo appuntamento, non si fa sesso se non dopo il terzo eccetera). E adesso che ci scopriamo trentenni alle prese con uomini che hanno fatto del freestyling amoroso una regola di vita, ci sentiamo perdute nel nostro disperato bisogno di chiamare le cose col loro nome. «Delle insopportabili primedonne, ma così affascinanti che ne valeva la pena», dice Marica delle sue due esperienze francofone. «Sono smemorati, si dimenticano di dirti che hanno figli, ex mogli, fidanzate in carica». Questa invece è Laura, reduce da una complicata liaison con un architetto di Marsiglia. Quando mi ha raccontato la sua storia ho ribattuto cercando di sminuire: «Be’ dai, ma quello tutti, non dipende dalla nazionalità». Stavo mentendo. La verità è che – imbottiti di Jean-Paul Sartre fin dalle elementari – considerano la tendenza alla promiscuità e al tradimento come un dovere culturale, qualcosa di cui andare orgogliosi, un tratto nazionalistico.

E con questo arriviamo alla storia numero tre, quella in corso. Si chiama Christophe e quando non è in giro a suonare con il suo gruppo vive a Parigi. L’ho conosciuto una sera di quattro anni fa. Attratti subito l’uno dall’altro, ci siamo poi persi di vista, per reincontrarci in una fredda serata di febbraio fatta di carne argentina e parecchio vino, finita in un albergo vicino alla Bastiglia. Da allora ci siamo rivisti una decina di volte: per raggiungerlo ho preso aerei, treni, traghetti. Nel frattempo sono via via sbucate un’ex moglie francese, una figlia quasi maggiorenne, un’(ex?) amante turca, un’amichetta estone. E questo solo per rimanere a quelle di cui mi ha gentilmente messo a conoscenza. Memore degli insegnamenti della storia con Jean Charles mi guardo bene dal pretendere spiegazione alcuna. Le mie amiche si dividono equamente in due partiti: quello pragmatico dello “scappa finché sei in tempo” e quello decisamente più romantico de “la determinazione e la costanza vengono sempre premiate”. Anche se la parola definitiva temo l’abbia già pronunciata il solito saggio amico gay. Messo a conoscenza dell’intera vicenda e lui stesso reduce da una storia con un gallerista parigino di stanza a Tokyo, ha così sentenziato sull’argomento uomini francesi: «Amano le italiane. Ma poi sposano le francesi». Sì, e nel frattempo tradiscono entrambe con le russe.

(Marie Claire, agosto 2010)

 


Compiere 50 anni, a Hollywood, non dev’essere facile. Neanche se sei uomo, hai vinto un Oscar e vieni considerato uno degli attori più impegnati della tua generazione. Fino all’altro ieri facevi il protagonista, ora invece ti danno solo ruoli da padre, quando non da nonno. Compiere 50 anni non dev’essere facile, in assoluto. Come gestire la crisi di mezz’età, quello poi dipende da te. Per dire, Harrison Ford a 50 compiuti da un pezzo lasciò la donna con cui si era sposato vent’anni prima, incominciò a portare l’orecchino – manco fosse John-ny Depp – e si fidanzò con Calista Flockhart. Di Mel Gibson sappiamo: ha sposato una russa di nemmeno trent’anni, e le conseguenze sono sui tabloid, oltre che nei file audio che girano sul web. Tim Robbins, invece. A 51 anni ha inciso il suo primo disco, Tim Robbins & the Rogues Gallery Band, che esce il 27 settembre (segue immancabile tour, Italia compresa: 11 ottobre a Torino, 12 a Firenze). Ma è vero che voleva intitolarlo The Midlife Crisis Album? Al telefono da Los Angeles Robbins scoppia a ridere, non prima di essersi scusato (“Ho dormito soltanto un’ora: sto preparando uno spettacolo per bambini con la mia compagnia teatrale, una cosa a cui tengo molto”). La frase sulla crisi di mezza età l’ha pronunciata qualche settimana fa a una trasmissione radiofonica inglese, ed è subito rimbalzata sui giornali di tutto il mondo. “Santo cielo, era solo una battuta. Il mondo si divide in due categorie: quelli con il senso dell’umorismo e chi invece prende tutto troppo seriamente. Io sono del partito di quelli che pensano che sarà l’ironia a salvarci, sempre e comunque”. Sarà stata anche una battuta, ma una cosa simile a una crisi esistenziale Robbins deve averla avuta davvero. “Stavo lavorando a un film, e improvvisamente tutto è crollato per mancanza di soldi. Mi sono sentito impotente, non c’era nulla che potessi fare per modificare la situazione, non dipendeva da me. Così ho cominciato a farmi delle domande: c’è qualcosa nella mia vita che non ho ancora fatto e che ho davvero voglia di fare?”. Nel gennaio dell’anno scorso, poi, c’era stato l’annuncio della separazione da Susan Sarandon, compagna da 23 anni e madre dei suoi due figli, Jack Henry e Miles Guthrie, quest’ultimo avviato a una carriera di musicista (“ha molto, molto più talento di me”, assicura Robbins). Non è notizia da poco. Ben prima che Sean Penn si mettesse in testa di salvare gli haitiani armato di barca a remi, che George Clooney si gemellasse con il Darfur, che i Brangelini adottassero mezzo terzo mondo, a Hollywood parlare di attivismo, impegno politico e coscienza sociale era sinonimo dei Sarandon-Robbins. I due si conoscono nel 1988 sul set di Bull Durham. E la loro relazione fa subito discutere: lui ha 12 anni meno di lei (all’epoca Demi Moore e Ashton Kutcher ancora non esistevano). Liberali, sostenitori di John Edwards alle presidenziali, feroci oppositori di Bush e della guerra in Iraq anche quando parlarne male non era di moda, i Sarandon-Robbins (purtroppo non esiste un nomignolo per loro: Sarandonnis? Robbinsandon?) hanno sempre mischiato vita e cinema, usando spesso il secondo per dare voce alle loro battaglie politiche. Dead Man Walking (2005) è l’esempio più clamoroso: scritto e diretto da Robbins, il film regala a Sarandon l’Oscar come migliore attrice protagonista, confermando il loro status di power couple impegnata. Prima c’era stato l’episodio in cui, sempre agli Oscar, salgono sul palco e criticano l’allora presidente Bill Clinton per il trattamento riservato ai rifugiati cubani malati di Aids. Hollywood per un po’ li tiene lontani: esiliati, poco graditi. Ma due anni dopo, di fronte a Dead Man Walking, anche gli ingessati giurati dell’Academy cedono. E adesso? Recriminazioni e lamentele non appartengono al repertorio di Robbins, e se tra star che passano al teatro, si buttano in musica o si danno apertamente alla politica sembra ormai di assistere a un fuggi fuggi generale da Hollywood, lui non sembra così categorico: “Continuerò a fare film, ma recitare per il solo gusto di farlo non mi interessa. Il bello di scrivere canzoni è che non hai bisogno di grossi budget: puoi farlo in qualsiasi momento, anche da solo. La sensazione di libertà che ti dà prendere in mano una chitarra e suonare è una cosa che raramente capita nel cinema, mentre l’indipendenza è un requisito fondamentale per ogni processo creativo. L’altro è non aver paura di fallire”. Che prima o poi sarebbe diventato musicista, Robbins lo sapeva dall’inizio. Lo dimostra la fotografia in bianco e nero sul retro della confezione di Tim Robbins & the Rogues Gallery Band: il bambino un po’ paffuto in dolcevita con chitarra in mano è lui a otto anni nel backstage del Gaslight, il club dove il padre, Gilbert, famoso musicista folk, si esibiva regolarmente. “Ricordo la folla che cantava insieme a lui e ricordo di aver pensato: voglio farlo anch’io, voglio avere quel tipo di relazione con il pubblico”. Invece decise di fare teatro, perché il desiderio di diventare una rockstar tutta sesso droga e rock’n'roll la sua generazione non ce l’ha mai avuto. Da New York si trasferì a Los Angeles, alla fine degli anni 70. In tempo per l’esplosione del punk rock. “Il Village era un posto interessante, ma da ragazzo non avevo soldi per andare ai concerti. Le prime band dal vivo le ho viste a Los Angeles. I Black Flag mi hanno cambiato la vita, come i Clash e i Fear”. Ma intanto la carriera da attore decolla: Bull Durham, I protagonisti, Le ali della libertà, fino a Mystic River e tutti gli altri. “Avrei potuto incidere un disco anche allora, ma se avesse venduto lo avrebbe fatto per i motivi sbagliati. Non ho mai voluto sfruttare la mia fama di attore: ho troppo rispetto per la musica e per chi la fa di mestiere”. Oggi è quindi il tempo giusto per un cd da nove canzoni, molto diverse tra loro. Parlano d’amore (“You’re My Dare”), spiritualità (“Book of Josie”), politica (“Lighting Calls”, dedicata a Mandela), guerra (“Time to Kill”). E ce n’è addirittura una – “Dreams”- composta 27 anni fa, da un Robbins ventiquattrenne che descrive la sua prima grande delusione d’amore. “Ci sono suoni più folk, altri più rock, country. Volevo che ciascun brano fosse indipendente, come in un piccolo film. Perché alla fine questo voglio fare: raccontare storie. Senza storie qualsiasi forma d’arte perde di senso, indipendentemente dal mezzo che si usa”. Amici musicisti come Patti Smith e Tom Waits si sono già espressi sul talento del Robbins cantautore con giudizi lusinghieri. “Spero siano stati sinceri. E non sono certo il tipo di persone che si lasciano impressionare dalla fama”, commenta Robbins. Altri, però, potrebbero dubitare. In altre parole: chi ascolterà il disco potrà trarne un giudizio indipendente dalla stima che si può avere per il Tim Robbins regista e attore, premio Oscar e attivista politico, compagno appena mollato di Susan Sarandon? Ecco che si torna alla mezza età. Che magari esprime crisi, oppure astuzia, mestiere. E tempismo. In fondo nel mondo della musica, più vecchio sei più hai successo. “Non avevo mai ragionato in questi termini però, in effetti, se pensi ai Rolling Stones o a Leonard Cohen questo è vero. Il mondo del rock, a differenza di Hollywood, non è così ossessionato dal culto della giovinezza e dell’aspetto fisico, anzi. L’esperienza ha un indiscutibile valore aggiunto. E io faccio il mio debutto da musicista a 51 anni: mica male, no?”.

(D di Repubblica, 4/09/2010)

 

Per capire il caratterino che si ritrova. Quando le chiedo in che momento della vita ha capito di voler diventare una cantante, risponde: «Non sono io ad aver scelto la musica: è lei che ha scelto me». E quando le chiedo dell’incontro con P. Diddy e di come lui l’abbia convinta a passare alla Bad Boy Records, diventando così un’artista della sua squadra, mi interrompe per chiarire: «Avevo già un mio progetto, una mia etichetta indipendente, quello con P. Diddy è un rapporto artistico alla pari. Non sono una sua dipendente: siamo soci». Ecco, questa è Janelle Monáe. E se pensate che la sua sia soltanto presunzione non avete ancora visto niente. La ragazza, nata 24 anni fa a Kansas City, si è messa in testa di diventare l’erede di James Brown. A giudicare da come ne parla la stampa di tutto il mondo, dalla quantità di stelle che il suo The ArchAndroid sta ricevendo sulle riviste specializzate, dai servizi su Vogue e simili che parlano della sua acconciatura e del suo look, persino dalla performance con tanto di mantello al David Letterman Show, si può tranquillamente affermare che ci stia riuscendo. Non è solo talento, perché di belle voci in giro ce ne sono tante. Quello che impressiona in lei è la determinazione mista a ciò che gli americani chiamano vision: la capacità di guardare a 360 gradi verso orizzonti che altri non riescono neanche a immaginare. Una caratteristica che ha fatto dire a P. Diddy: «Lei è l’artista più visionaria che abbia mai incontrato». Ed è così che Janelle Monáe ha costruito il suo mondo parallelo, un universo popolato da androidi e da un’eroina ispirata a Fritz Lang che le fa da alter ego. «Mia madre era una bravissima illustratrice», racconta al telefono da Philadelphia, tappa del tour che la porterà anche in Italia a ottobre. «Sono cresciuta guardandola disegnare e cercando di riprodurre quello che lei creava. Mio padre era un cantante dilettante: lui e mia madre sono sempre stati appassionati di musica, organizzavano dei piccoli concerti familiari con mia nonna che suonava l’organo».

Tutta l’idea che stava dietro al suo primo disco Metropolis, Suite I: The Chase (nominato a un Grammy) e anche al secondo, The ArchAndroid, deriva da questa convinzione: la musica è un potente mezzo e va usato per portare pace. «La mia musica è fatta per unire, non per dividere. Nei miei dischi la figura dell’androide rappresenta il diverso e la paura che spesso si ha di lui. L’arcandroide è invece quello che nella Bibbia rappresenta l’arcangelo Gabriele: il suo ritorno segna la liberazione della comunità androide dal potere della Great Divide, la società segreta che utilizza i viaggi nel tempo per annullare la libertà e sopprimere l’amore». Nonostante le citazioni bibliche, di sacro e spirituale c’è però ben poco: «La mia unica religione è l’amore: credo in qualcosa di superiore, ma troppo spesso le credenze religiose dividono e io non giudico in base a quelle». L’ispirazione – concettuale e visiva – è cinematografica, importata da Metropolis di Fritz Lang: centrale è la figura di un’androide femmina, Maria nel film di Lang, Cindi Mayweather nel disco di Monáe. «Cindi è la mia musa. È un personaggio speciale perché lotta per portare la pace e liberare la sua comunità dal giogo della Great Divide. È lei che ispira me e non il contrario». Unire la gente? «È il desiderio che io e Cindi abbiamo in comune».

Monáe si dice assolutamente convinta che le coscienze possano essere influenzate tramite la musica. Meglio ovviamente se con la sua. «Ma il mondo è comunque destinato a cambiare, con o senza di me. Quello che posso fare io con le mie canzoni è coinvolgere le persone emotivamente. Questo in fondo fa la musica ed è attraverso questo tipo di coinvolgimento che avvengono le grandi rivoluzioni. Le persone possono anche non ricordarsi il tuo nome, ma si ricordano come tu le fai sentire, le sensazioni che regali loro». E siccome le grandi battaglie vanno combattute in divisa, ecco che anche la sua immagine acquista un ben diverso significato. In un mondo di stelle del pop di colore che appena hanno successo si fanno bionde, lei si distingue per l’orgoglio con cui porta in giro quei capelli neri e ricci. Alla sua acconciatura tipica – una specie di cofana rovesciata, con la cotonatura sul davanti invece che sul di dietro – ha direttamente dato il suo nome in modo che le ragazze possano andare dal parrucchiere e dire semplicemente: «Mi faccia una Monáe», sapendo benissimo di cosa stanno parlando. «Ho sempre portato i capelli così, ancora prima di incidere il primo disco. La mia immagine riflette quel che sono: non permetterei mai a nessuno di farmi credere che nel mio modo di presentarmi ci sia qualcosa di sbagliato così come non permetterei a nessuno di cambiarmi». Sul palco e nelle foto ufficiali è sempre vestita allo stesso modo: pantaloni neri e camicia bianca. Di nuovo: in un mondo popolato dai look in latex e pizzi delle varie Lady Gaga, Rihanna e Beyoncé, che un’artista si presenti sempre e solo in bicolore non è una scelta casuale.

«Non c’è stato un momento preciso in cui ho deciso come sarebbe stata la mia immagine: è stata una semplice evoluzione. Negli anni ho sperimentato su di me e fatto cambiamenti. Ma sono sempre stata convinta di indossare un’uniforme: una forma di omaggio verso quelli che al mattino devono andare a lavorare e sono costretti a indossarne una davvero, e anche verso i soldati che combattono ogni giorno al fronte».

Si diceva della famosa esibizione da David Letterman, il suo debutto televisivo. Janelle Monáe si presenta sul palco accompagnata da una band di dieci persone: chitarra, basso, batteria, una sezione di quattro fiati e tre coristi. Tutti indossano camicia bianca e pantaloni neri. Monáe è in smoking nero con camicia bianca. I pantaloni sono leggermente corti e lasciano scoperte le caviglie. Le scarpe sono stringate, maschili, bicolore. Bastano poche battute di “Tightrope”, il primo singolo tratto da ArchAndroid, per capire che si sta assistendo a qualcosa di grande. Sulle note del pezzo lei canta, balla, arringa, batte il tempo, scivola sul palco strisciando i piedi. Alla fine si toglie la giacca. Da dietro le quinte, un uomo incappucciato le porta un mantello nero con delle decorazioni bianche. Monáe lo indossa. Il finale è con lei in ginocchio che urla: «Yes Lord! One more time for the Tightrope», mentre i musicisti continuano a improvvisare. L’immedesimazione con James Brown non potrebbe essere più completa. L’ideale passaggio di consegne tra il padrino del soul e la sua nipotina avviene in questo preciso istante. Alla fine dell’esibizione Letterman, come fa sempre, va incontro all’artista per complimentarsi. Questo volta però fa di più. Si gira verso le quinte e chiede: «Dov’e Sean? Chiamate Sean!». Sean è Sean Combs, ovvero P. Diddy. Letterman vuole congratularsi con lui, il maestro, per aver prodotto Janelle Monáe, l’allieva, la sua creatura. Considerate le parole con cui si apre quest’intervista («Io e P. Diddy siamo soci alla pari»), Monáe non deve averla presa molto bene. Forse P. Diddy lo intuisce, chissà, la conoscerà pur bene, no? E allora fa una cosa: si inchina davanti a lei, la sua faccia quasi appoggiata sulla punta delle scarpe bicolori di lei. Da lassù anche James Brown, se proprio non si è inchinato, almeno un sorrisetto di approvazione deve averlo fatto.

(D di Repubblica, 4/09/2010)

 

E’ una delle ultime scene del film. La protagonista, Miral, lascia Gerusalemme in taxi, diretta verso l’Europa e il futuro. La macchina da presa si sofferma sul volto – di profilo – e sui capelli – neri – mossi dall’aria che entra dal finestrino. In quel momento il confine tra verità e finzione si annulla: la donna inquadrata è Rula Jebreal, autrice del libro da cui è tratto il film e compagna del regista, Julian Schnabel. Miral racconta la sua storia: quella di una ragazzina undicenne che in seguito al suicidio della madre entra nell’orfanatrofio di Hind Husseini, un’organizzazione privata nata nel 1948 a Gerusalemme dalla volontà di questa donna che da sola decide di raccogliere 55 orfani provenienti dai villaggi vicini alla città e educandarli al rispetto e alla civiltà, mentre intorno esplode e si fa sempre più violento il conflitto arabo-israeliano. Qui, Miral cresce in una specie di oasi protetta, lontana dalla guerra fino a quando, a 17 anni, accetta un lavoro come insegnante in un campo profughi. L’impatto con l’Intifada ha su Miral l’effetto che farebbe su ogni adolescente: eccitazione e voglia di prendervi parte, aggravato dal fatto di innamorarsi di un attivista politico che la metterà in guai piuttosto seri. Come va a finire lo sappiamo: Miral/Rula si trasferisce in Italia e diventa giornalista, scrive un libro, conosce un artista di fama mondiale, si innamorano, insieme girano un film. Più che un’opera cinematografica un intreccio di vita vera e finzione, di realtà e fantasia, acutizzato dalla straordinaria somiglianza tra Rula e l’attrice che la interpreta, l’indiana Freida Pinto, la ragazzina amata dal protagonista di The millionaire e diventata, dopo quel successo, una dei volti più interessanti e richiesti di Hollywood, nuova musa di Woody Allen (a dicembre la vedremo in Incontrerai uno sconosciuto alto e bruno), testimonial de L’Oreal. Al telefono da Montreal, dove sta girando un nuovo film, Freida conferma il totale coinvolgimento che recitare il ruolo di Miral le ha richiesto e a cui si è sottoposta più che volentieri. “La storia è così bella e importante che ho sentito il dovere di rendergli piena giustizia e l’unico modo di farlo era di andare in quei luoghi. Puoi leggere tanti libri e guardare un’infinità di film o documentari, ma niente è utile come andare fisicamente lì, in quei posti”.  E’ per questo che, racconta, un mese e mezzo prima dell’inizio delle riprese ha deciso di andare da sola a Gerusalemme e di vivere per una settimana con una famiglia di lì. “Ho visitato due campi profughi, ho parlato con la gente che vive quella situazione. E poi c’era Rula: qualsiasi dubbio avessi lei era lì, pronta e rispondere”. Le due donne, come era prevedibile, sono diventate amiche. “Non solo è una donna bellissima, ma è anche una delle più intelligenti di questo secolo”.

Su che basi è nata l’amicizia tra lei e Rula Jebreal?

“Ammiro e rispetto il coraggio che ha avuto nel raccontare tutto ciò di cui è stata testimone da ragazzina. Il modo in cui si è inserita in un paese straniero, l’Italia, costruendo lì da voi il suo successo professionale credo possa servire da lezione a molte donne. A me, sicuramente, è servito”.

Sul set parlavate solo d politica o anche di cose più  frivole?

“Parlavamo e parliamo di tutto: anche di scarpe e vestiti, certo. E di uomini. E’ come se avessi trovato una sorella maggiore”.

E lavorare con un regista poco convenzionale Julian Schnabel come è stato?

“Julian è stata la persona giusta al posto giusto: questo film aveva bisogno di un regista come lui, di qualcuno che lasciasse agli attori e alla storia lo spazio per esprimersi e parlare. E’ stata un’esperienza soddisfacente che mi ha insegnato tanto: Julian non è il tipo di regista che vuole introdurre artificialità alle scene, per cui tutto alla fine risulta molto organico e naturale. Il suo senso del colore e per le immagini è straordinario: è pur sempre un artista. Ma la cosa più incredibile è stata la fiducia che ha avuto in me: questo è il mio secondo film eppure Julian è stato aperto ad ogni suggerimento io avessi riguardo alle scene da girare. Non ha mai detto: “No, questa scena devi farla così”. Ha sempre detto: “Proviamo e vediamo come viene”. Per un attore è un segno di fiducia incredibile”.

Che opinione aveva della situazione a Gerusalemme e del conflitto arabo-israeliano prima di iniziare a girare il film?

“Nessuna. Cerco sempre di non avere preconcetti o pregiudizi su un luogo.  E’ l’unico modo per immergersi veramente nella cultura di un paese e per ricavarne il massimo in termini di esperienza umana e professionale. Se si viaggia con la paura addosso non si impara niente perché si è costantemente preoccupati di quello che può succedere. Quando viaggio cerco sempre di viaggiare così, senza paure né preconcetti.  Nel 2006 sono andata in Afganistan e ho potuto constatare che spesso quello che vedi in televisione non corrisponde alla realtà. Solo quando vedi con i tuoi occhi ti rendi conto di quello che succede veramente e sono questi tipi di esperienze che ti cambiano la vita per sempre”.

Mi sembra di capire che lei sia una viaggiatrice. Ha considerato il fatto che più diventerà famosa meno occasioni avrà di muoversi liberamente senza essere riconosciuta?

“Se una non vuole farsi riconoscere stia tranquilla che non succede. Ci sono trucchi per non farsi riconoscere. Anzi, può essere divertente, come un gioco. Questo lavoro è meraviglioso, ti dà così tanto in termini di libertà che dover studiare un modo per mascherarmi è un male minore e un prezzo che sono disposta a pagare volentieri”.

I paparazzi la tormentano solo a Hollywood o anche in India?

“Ultimamente anche in India. Ormai sono ovunque.  Ma mi faccia chiarire: non credo che il prezzo da pagare in termini di violazione della libertà sia così alto. Come ho detto prima è anche questione di attitudine personale: se una va in giro per la strada convinta di essere riconosciuta, allora lo sarà. E’ questione di come una cammina, si muove, sta nel mondo. Capitava a me ancora prima di diventare famosa: la gente mi nota perché sono indiana, ma spesso questo dipendeva dal grado di sicurezza in cui io mi aggiravo per le strade. Più sicura e determinata ero a non farmi notare, meno venivo notata”.

I red carpet e gli aspetti glamour del lavoro invece le piacciono?

“Non ricordo più quale attrice ha detto: “Non vengo pagata per recitare in un film, vengo pagata per promuoverlo”. Be’ un po’ è vero. Quando hai finito di girare pensi che il tuo lavoro sia finito e invece no, incominciano infiniti giri di red carpet. Può anche essere divertente, lo sé, non mi lamento, ma se devo essere sincera faccio più fatica a scegliere cosa indossare per una premiere che alzarmi presto al mattino e andare sul set. Recitare è il mio lavoro e so come farlo. Scegliere un vestito no, e ho sempre paura di sbagliare”.

Che tipo di copioni le arrivano da leggere?

“Purtroppo ricevo ancora copioni che cercano “una bella ragazza indiana” invece che “una bella ragazza”, però devo dire che la situazione migliora di giorno in giorno e sono convinta che queste tipizzazioni e differenze in base alla razza finiranno prima o poi. Il mondo sta diventando un luogo sempre più piccolo e il cinema deve per forza tenerne conto”.

Parlando di differenze: lei è fidanzata con Dev Patel, suo collega e protagonista di The millionaire. Potrebbe mai fidanzarsi con un uomo che non proviene dalla sua cultura?

“Assolutamente sì. Quelle di cui lei parla sono differenze create dagli uomini, in natura non esistono. Sposare qualcuno all’interno della tua cultura è una sciocchezza, un concetto vecchio e passato”.

Però intanto è fidanzata con un ragazzo indiano.

“Dev è indiano di origine, ma è nato e cresciuto in Inghilterra. E’ importante? Non credo. Quello che ci lega è altro. Ad esempio il fatto che abbia viaggiato e che sia la persona più aperta mentalmente che io abbia mai conosciuto. Non mi ci vedo proprio a uscire con un ragazzo che ami conoscere cose nuove o viaggiare. Che tipo di conversazione potremmo mai avere?”.

Il fatto che anche lui sia un attore aiuta?

“Aiuta che si è sullo stesso livello, che ci si confronti alla pari. Le relazioni non sono mai facili, ma il bello è quando puoi goderne ogni aspetto, anche quelli non esaltanti. Mia madre dice sempre: “Se ti senti debole, goditi un po’ la debolezza”. Se sei in una relazione alla pari, questo lo puoi fare”.

(Grazia, 01/09/2010)